Milano ed il tempio laico della mondanità

Milano, divenuta centro di uno stato nel medio evo, di uno stato a carattere comunale senza alcuna esigenza aulica, ne portava tutti i segni nella struttura: vie strette e buie, che si impigrivano in giri oziosi senza un’apparente direzione logica, rare piazze anguste, pochi palazzi degni di questo nome, molte povere case. Proprio nel periodo in cui una civiltà più splendida e raffinata imponeva nuovi sviluppi all’edilizia, Milano, retta da principi inetti e oggetto della cupidigia di potenti stranieri, ni col perdere l’indipendenza.
I governatori che vi si insediarono, preoccupati di impinguare le casse di chi li aveva insigniti dell’alta carica, poco si curarono di promuovere miglioramenti nell’organismo cittadino.
I privati, naturalmente, non potevano sopperire all’iniziativa che, per il suo carattere peculiare, spettava all’autorità, e si limitarono a costruire palazzi, che rimasero perle isolate in un abitato vecchio, malsano e inadeguato.
L’aspirazione dei Milanesi a un assetto più monumentale almeno per la piazza del Duomo, aspirazione definita il “desiderio più antico, più ardente e più contrastato”, rimase inappagata fino a quando la libertà restituì loro l’entusiasmo e la possibilità di disporre di se stessi e delle proprie cose.

(Leopoldo Marchetti)

 

Nel novembre 1865, sulla “Rivista minima” erano cominciate ad apparire le puntate del romanzo di Tarchetti, Paolina (Misteri del Coperto dei Figini): il sottotitolo allude esplicitamente a un “casone”, prossimo alla centralissima Piazza del Duomo, che il Municipio aveva deciso di demolire per consentire all’architetto Mengoni di erigere la Galleria. Di lì a poco (1867), infatti, a fianco della cattedrale si innalza il tempio laico della mondanità, “dove si celebra, e si santifica incessantemente con pompa, con magnificenza, al gran Dio della società moderna, al Lavoro.” (L. Capuana, In Galleria, in Milano 1881, p. 412)

Siamo al vero elemento che caratterizza la fisionomia urbano-borghese del movimento scapigliato: anche per i letterati è giunto il momento di confrontarsi in prima persona con il “gran Dio della società moderna”.
Privi di strumenti rappresentativi adeguati, fragili ideologicamente, brancolanti “com’uom che sogna” (A. Boito) davanti agli abissi del nuovo, nessuno di loro sarà in grado di delineare entro il testo narrativo la vita intensa e operosa della “città più città d’Italia” (Verga), ma tutti i loro libri testimoniano dell’impatto avvenuto.
E’ sul terreno elettivo dell’attività professionale che gli artisti della Bohème milanese sperimentano le contraddizioni tipiche di un mercato in fase espansiva e avviato ad assumere i tratti specifici della produttività capitalistica. Per dirla con le parole schiette di uno di loro: “Non si campa coll’arte, si campa col mestiere” (R. Sacchetti, Emilio Praga, in “Serate Italiane”, n.105, 2 gennaio 1876, citato da G. Zaccaria, Introduzione a E. Praga – R. Sacchetti, Memorie del presbiterio, p. XV).

Fonte: Giovanna Rosa LA NARRATIVA SCAPIGLIATA

Posa della prima pietra della Galleria Vittorio Emanuele II

7 marzo 1865 Milano, Piazza Duomo

Vittorio Emanuele II pone la prima pietra per la realizzazione della Galleria di Milano il 7 marzo 1865. Si tratta di un passaggio coperto che permette di collegare piazza della Scala con piazza Duomo e con due strade (via Silvio Pellico e via Ugo Foscolo) tramite due corti bracci perpendicolari all’asse principale.
La realizzazione della galleria rientra in un più ampio progetto di assetto di piazza Duomo e dell’area vicina. La commissione di concorso del 1860 selezionò 176 progetti, poi nel febbraio 1861 fu indetto un nuovo concorso specifico per la Galleria per il quale sono consegnati diciotto proposte. Quattro progetti sono premiati, ma nessuno vince. Si giunge ad un terzo concorso a cui partecipano gli architetti Matas, Pestagalli e Mengoni. Vince il progetto di Mengoni.

Fonte: http://www.biellesitessitoridiunita.it
Fonte foto: http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-3a010-0012002/

Architettura tradizionalista

All’esasperato e arbitrario individualismo, che nella singolarità delle trovate faceva consistere l’abilità e la fama di un progettista, parve necessario sostituire una regola; soltanto da una disciplina e da una comunanza di sentire si sarebbe formata, a poco a poco, una nuova architettura che, nelle intenzioni di Muzio, proprio a Milano avrebbe trovato terreno di prima sperimentazione. In questa città, ove i cicli di una sempre più esagitata modernità non avevano lasciato «intentata nessuna audacia”, si sarebbero consumate prima che altrove le illusioni di un’innovazione sganciata dall’eredità del passato.
Quella nuova architettura, la cui «disciplina non può essere che classica» , si concretizza per Muzio nelle opere di Mino Fiocchi, di Alberto Alpago Novello, di Giuseppe de Finetti, di Gio Ponti, di Ottavio Cabiati e, naturalmente, nelle proprie. Anzi, il primo manifesto di quel «movimento di restaurazione classica» è la sua “casa” in via Principe Umberto (oggi via Moscova), del 1919-1920.
Concludendo un suo articolo del 1921 dedicato all’architettura milanese dell’Ottocento (G. Muzio, L’architettura a Milano intorno all’Ottocento, pubblicato in “Emporium”, 317, maggio 1921, pp. 241 – 258), Giovanni Muzio, sosteneva esplicitamente la necessità di un «ritorno alI’ordine contro l’esasperato individualismo che aveva connotato l’architettura italiana del primo ventennio del Novecento.
Secondo Muzio, il carattere «eminentemente sociale» dell’architettura non poteva ancora sopportare quella «confusione» e quei tratti «bizzarri e contrastanti» con cui il nuovo secolo aveva segnato le città italiane. Era necessario un ritorno al «calmo e riposato ambiente di una vecchia strada dell’Ottocento» ed era perciò anche necessario rinsaldare quella continuità dei «caratteri stilistici» che si era bruscamente interrotta con il proliferare del decorativismo floreale e con l’esaltazione futurista.
Speriamo — scrisse Muzio — che un prospero periodo si inizi oggi per l’arte, e il culto delle tradizioni classiche ritorni a fiorire tra noi, fatto che non può mancare perché si avverò ogni qualvolta, nel passato, la civiltà della nostra gente attinse a grandi altezze.
Così, Io sguardo storico che Muzio aveva voluto portare sull’architettura del secolo precedente assumeva anche la veste di programma per il futuro. Legava a doppio filo la conoscenza del passato alla volontà del progetto dì una nuova, antica, architettura.

FONTE
Architettura tradizionalista: architetti, opere, teorie – di Giorgio Pigafetta, Ilaria Abbondandolo, Marco Trisciuoglio – pp. 121 – 124

Movimento artistico il Novecento

Movimento artistico sviluppatosi a Milano nel marzo 1923 nel contesto di una mostra alla Galleria Pesaro e caratterizzato dalla tendenza al ritorno alle tradizioni pittoriche italiane e alle opere classiche, in contrapposizione all’impressionismo. I principali esponenti furono A. Bucci, A. Funi, V. Oppi, M. Sironi e P. Marussig ai quali si unirono in un secondo tempo C. Carrà, F. Casorati e altri. Su posizioni analoghe si formò anche un gruppo di architetti milanesi, anch’essi votati al ripristino delle forme classiche e al culto delle tradizioni. Il capostipite fu C. Muzio e al movimento aderirono anche G. De Finetti, G. Ponti, E. Lancia e M. Fiocchi.

fonte: http://enciclopedia.studenti.it/novecento_2.html

Architettura: il Gruppo di Muzio e gli inizi del ‘900

Gruppo di Muzio:
gruppo formato da De Finetti, Fiocchi, Lancia e Ponti. che si riunisce intorno a Giovanni Muzio nello studio in via Sant’Orsola a partire dal 1920, e che presenta il proprio programma l’anno successivo presso la Famiglia Artistica di Milano: non vogliono rompere la continuità con la storia dell’architettura italiana, ma proseguirla con una nuova forma di classicismo che si richiama soprattutto a Palladio. Non è una nuova corrente storicistica. Le opere di Palladio vengono considerate un modello da imitare per aspirare alla purezza formale, quale valore permanente e universale e, non come repertorio figurativo di elementi stilistici. La particolarità è che i loro edifici, pur in continuità con la tradizione italiana, vogliono essere moderni sia nell’aspetto che nelle soluzioni funzionali e tecnologiche e per questo collocabili nell’ambito delle coeve sperimentazioni europee: Muzio proveniva da un soggiorno parigino e De Finetti da uno viennese presso Loos.
La prima opera di Muzio, che desta subito discussioni e critiche, è la famosa Ca’ Brutta, costruita tra il 1919 e il 1922, sull’area del demolito Villino Borghi, nell’angolo tra via Principe Umberto (l’attuale via Turati) e via Moscova L’opera più interessante rimane comunque la casa della Meridiana di Giuseppe de Finetti del 1925.
De Finetti, allievo dell’architetto viennese Adolf Loos, seppe coniugare funzionalità ed eleganza proprio nel condominio (1925-27) che prese il nome dalla meridiana dipinta da Gigiotti Zanini. La struttura a gradoni conteneva cinque appartamenti studiati appositamente per i relativi inquilini: il tradizionale scalone viene sotitutito con un ascensore che serviva direttamente le abitazioni. La casa è edificata in via Marchiondi 3, traversa di Piazza Andrea Cardinal Ferrari, di fianco al prestigioso “Padiglione Principe di Piemonte” dell’A.O. Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano.

Giovanni Muzio e la sua Milano

Giovanni Muzio nasce a Milano il 12 febbraio 1893; durante il periodo universitario stringe amicizia con Serani, Funi, Boccioni vivendo con loro l’agitato periodo dell’interventismo in guerra. Si laurea in architettura civile nel 1915 e, inviato militare sul fronte veneto, ne approfitta per studiare da vicino le opere di Palladio, suo riferimento fondamentale per l’intera futura attività.
Entra a far parte del club degli urbanisti con A. Alpago Novello, G. De Finetti, T. Buzzi, O. Cabiati, G. Ferrazza, A. Gadola, E. Lancia, M. Marelli, A. Minali, G. Ponti, P. Palumbo, F. Regiori; e lavora al progetto del concorso per il P.R.G. di Milano . Con Sironi promuove le mostre della stampa a Colonia (1928), ed allestisce il Padiglione delle arti grafiche e il salone del marmo italiano alla IV Esposizione Internazionale d’Arte decorativa industriale moderna (1929).
Nel 1936 ottiene l’incarico di Urbanistica alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ruolo che manterrà fino al 1953.
A Milano Muzio firmerà i Pensionati e mense dell’Università Bocconi di Milano, le Case A e D al quartiere di via Vincenzo Monti, la ricostruzione isolato del Credito Italiano, la Casa in Corso Vittorio Emanuele tra via Pattari e Galleria del Corso, l’ Edificio in via Borgonuovo (Banca Commerciale Italiana), la Torre Turati.
Muore a Milano il 21 maggio 1982.

fonte: http://guide.supereva.it/liberty_e_deco/interventi/2004/11/185985.shtml

Evaristo Stefini organizzò l’Esposizione Internazionale del Sempione…

Evaristo Stefini, nato a Iseo (Brescia) nel 1868, ingegnere elettrotecnico, organizzò l’Esposizione Internazionale del Sempione a Milano nel 1906, della quale manifestazione fu segretario generale. Consigliere della società industriale Mannesmann e della fabbrica lombarda di cementi, rappresentò la moderna presenza cattolica nel mondo dell’alta finanza italiana. Consigliere comunale a Bergamo e membro di varie istituzioni locali, si candidò coi democratici-liberali a Bergamo alle elezioni del 1913, e invece, sempre a Bergamo, nel 1919 tra i popolari, primo non eletto e succeduto nel novembre 1920 al defunto Cameroni, deputato vincitore di quella consultazione. Dirigente tecnico delle aziende tramviarie milanesi e sindaco revisore della Banca commerciale italiana, fu consigliere amministrativo di numerose società industriali lombarde e consigliere provinciale a Brescia e a Bergamo.

Fonte: Lettere e documenti inediti, Volume 1 – di Francesco Luigi Ferrari, a cura di Giuseppe Rossini – Edizioni di Storia e Letteratura

Il progetto del Quartiere Industriale Nord Milano dell’ingegnere Evaristo Stefini avviò l’urbanizzazione di una larga fascia di territorio estesa dal viale di circonvallazione esterna del Piano Beruto fino alla strada che collegava Bresso con Monza

...l’urbanizzazione di una larga fascia

...l’urbanizzazione di una larga fascia


fonte: Paesaggio produttivo: quale ruolo nella città futura – Di Francesca Bonfante – in Argomenti di Architettura: Architettura e Città N°2 – Di Baio Editore