Mario Uggeri “il sciarpa”, vignettista e disegnatore

Massimo Zanello, Assessore alle culture, identità e autonomie della Lombardia, venne invitato – alcuni anni orsono – da Mariarosa Tavazzani, a nome della Famiglia Artistica Milanese, a scrivere la prefazione ad un volume dedicato al disegnatore Mario Uggeri.
In questo contesto l’assessore scrisse: “…dalla nebbia dei ricordi sono riaffiorate all’improvviso, come in un caleidoscopio, le immagini che avevo ammirato fin da bambino sulle pagine della Domenica del Corriere. Erano immagini che mi colpivano moltissimo.

Queste illustrazioni si caratterizzavano per la ricchezza di dettagli grazie ai quali Uggeri riusciva a trasmettere una visione complessiva dell’episodio che era chiamato a figurare. Il suo tratto, sempre misurato, sapeva far trasparire dai volti dei personaggi i moti dell’anima. Il segno inconfondibile della grafica uggeriana rendeva insomma i personaggi davvero vivi, soprattutto nel movimento del disegno e nella vivacità dei colori.

Queste illustrazioni hanno certamente testimoniato i grandi eventi della nostra storia e, con questi, i cambiamenti epocali della società del ventesimo secolo”.

Mario Uggeri, autoritratto

Mario Uggeri, particolare autoritratto

Mariarosa ebbe a scrivere, nel volume dedicato a Mario. Ne riporto qui alcuni cenni perchè sono perfetti – a mi avviso – per inquadrare le caratteristiche di quest’uomo.

La sciarpa, sì, era la sua civetteria. Bianca. Un segno di eleganza intellettuale, la cultura da vivere come una festa, come ci aveva raccomandato già a fine Ottocento il nostro disinvolto e pungente capostipite Vespasiano Bignami, soprannominato il Vespa.
Uggeri, nei nostri annali, sarà sempre il Sciarpa (come lo commemora l’amico Luciano Cassè). Ma nell’autografare il mosaico dove ha schizzato i nostri volti e le nostre anime di soci, sodali, congiurati, congiunti, colleghi, camerati, lui ha precisato: quasi come Lautrec. Che adorabile timidezza, la sua! Noi, oggi, orgogliosi, rivendichiamo pari dignità ai paesaggi culturali della Belle Époque e della Milano discreta e vibrante del nostro cenacolo. Una sciarpa bianca stringe le affinità elettive con i parigini, che in testa, rispetto a noi, in più avevano solo il cilindro.

Basta con le lodi. Ne sarebbe imbarazzato.

Mario è stato, diciamolo francamente, un cattivo maestro.

Maestri, lui non ne ha avuti, e la sua carriera di disegno e fantasia se l’è conquistata da autodidatta arrivando a essere considerato fra i capiscuola dell’illustrazione e del fumetto. Quando, ormai in pensione, accettò l’incarico di docente ai nostri corsi di figura, non sapeva trasmetterci cognizioni tecniche: “Devi disegnare le mani? – chiedeva indicando la modella – Guardale bene!” Oppure. ci faceva vedere come le disegnava lui, incoraggiante: “Adesso vai avanti tu.” Ma, ritornando a controllare il risultato si lamentava disarmato: “Me le hai rovinate!” Non è una scusa, era impossibile imitarlo. Quel suo tratto rapidissimo, sicuro, espressivo di emozioni e di identità, resta inconfondibile. Nessun problema, invece. a condividere i suoi principi estetici: “Le cattedrali sono più belle dietro che davanti” E per esemplificare la teoria, s’inchinava al didietro della Giusy, storica modella: “Te ghet un cul che l’è una càtedral”.

Durante le lezioni, parlava. Noi pendevamo dalle sue labbra. Nessun amarcord della prigionia a Dachau. Accennò solo una volta ai confetti spediti dalla sorella e recapitati nel lager molto tempo dopo il matrimonio. Volentieri si soffermava, invece, sul lavoro della Domenica del Corriere. Un direttore. forse Zucconi, gli aveva bocciato una copertina: “La devi modificare..” aveva ordinato. Per niente convinto, Uggeri era sceso al tavolo da disegno, ed era risalito, poco dopo, a portarla di nuovo al giudizio del capo finalmente entusiasta: “Inscì te la duvevet fà, così la dovevi fare.” Ci spiegò che non aveva fatto alcuna modifica.

Nella concretezza misurata dei suoi piturin, sì possono leggere caratteristiche di idealista. Soggettivamente modesto, oggettivamente grande. Invitato a cena con critici, scrittori, giornalisti, accettava sempre, amava la compagnia. E c’era sempre qualcuno al quale fare il ritratto. Ecco, in mancanza di un foglio. lo serviva su un tovagliolo.

Uggeri Mario – “Capitan Coviello”, 1964 – Urania

La sua infanzia è stata davvero misera. In una desolata cascina della campagna cremonese. Sua madre andava a lavare i panni in una casa signorile di Codogno. Quando le portò i primi soldi, guadagnati con le illustrazioni, sul tavolaccio della cucina, sotto la timorosa lampada a saliscendi, sembravano fuori luogo: “Quanti dané! Mario, ti li è gratà?
La povera donna non trovava altre spiegazioni. Ma i signori di Codogno da allora lo fecero entrare dall’ingresso principale: “Per me è stata una promozione” spiegò lui.
Di strada in seguito ne ha fatta tanta. Un crescendo di successi…

La nostra Famiglia si regge su una consuetudine naturale, simpatica e non obbligata. Questa manciata di ricordi non è l’omaggio all’artista che ha disegnato la storia dell’illustrazione italiana, è lo slancio che rispetta il suo stile di vita. E serve ad alleviare la nostra persistente nostalgia per la sua assenza, …a dirgli quanto ci manca.

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