Il popolo e l’arte

Il marchese artista nell’anima tempestava Enrico di domande sulla sua posizione, sulla pittura, sulle sue idee circa le due scuole, sulle sue speranze di farsi un nome, sull’avvenire sognato.

Enrico s’accalorò in quel dialogo. Il marchese godeva enormemente a sentirlo parlare così modesto, così schietto, così sincero e così pieno di illusioni.

– Ma non credi tu – gli disse a un certo punto – che il positivismo, il realismo e la democrazia abbiano a uccidere l’arte?

– Ah, marchese, al contrario! L’esaltazione del popolo sarà l’esaltazione dell’arte.

Il marchese crollava il capo sorridendo.

– Ah, entusiaste!

– Non lo crede lei?

– Io no davvero, – rispondeva il marchese. – Il popolo, e per popolo m’intendo quella parte della popolazione d’un paese che si stacca dall’aristocrazia illuminata e dalla borghesia ricca e studiosa, il popolo non sente bisogno dell’arte, nè la capisce. Mancando assolutamente di sentimento estetico come vorresti tu ch’essa amasse il bello nelle sue manifestazioni?

– Eppure se c’è un’esposizione di quadri e di statue vi accorre…!

– Il popolo no, non se ne cura. La statistica della affluenza del pubblico alle esposizioni parla chiaro. In ogni modo anche i pochi che ci vanno non vi sono attirati dal bisogno di ammirare il bello, ma dalla curiosità di veder nei quadri dei fatti interessanti, allegri o pietosi. Il quadro sarà pessimo come arte, ma rappresenterà qualche fatto ben volgare, ben chiaro, che squadri al popolo? Sarà il prediletto da lui. Esso non s’accorgerà che artisticamente parlando il quadro è uno sgorbio, un abbominio. Il popolo non monta verso l’arte se non quando l’arte discende giù fino al volgo. E il naturalismo stesso, l’impressionalismo, di cui tu mio caro Enrico, ti dichiari seguace e cultore, non è forse l’arte che abdica in favore dei grossi istinti del volgo?

Tratto da:“Nanà a Milano” di Cletto Arrighi.

 

 

Dietro questa firma si cela anagrammato il nome dell’avvocato Carlo Righetti: giornalista, politico e scrittore italiano (1828-1906) che introdusse per primo la definizione  scapigliatura in un romanzo facendo diffondere nell’uso comune questo termine.

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