Sant’Elia non fu mai futurista.

Sant’Elia non fu mai futurista.
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Il manifesto, da lui più o meno suggerito, abbozzato, lo rielaborò, lo riscrisse, Ugo Nebbia, compagno di Sant’Elia nel gruppo « Nuove Tendenze », storico e critico d’arte, funzionario delle Belle Arti e primo importante studioso ricognitore in loco del Duomo di Milano; ma nel manifesto ebbe parte anche Mario Buggelli, assai colta, eteroclita persona che, nel primo dopoguerra, anche tenne una galleria in Via Dante.
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Entro lo stesso anno, l’11 luglio, il messaggio di Sant’Elia, ancora rimaneggiato da Filippo Tommaso Marinetti e da Decio Cinti, fu lanciato come « Manifesto dell’Architettura Futurista ».
Nel futurismo s’agitavano con proclami scrittori, pittori e scultori, musicisti: occorreva un’architettura. (In pratica non ottenibile, assurda già per definizione, ovviamente negabile dai razionalisti, tentata solo nel balletto e nel variété, o, grottescamente, oggi, nell’edilizia economica di geometri modernisti).

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