Parole in libertà e le Tavole parolibere

Odio la storia.
Non vi farò dunque la storia del Futurismo. Mi accontenterò di parlarvi della tappa da noi raggiunta nel durissimo cammino ascendente verso le cime magnetiche di un lirismo assoluto.
Questa tappa si chiama: le parole in libertà.
Fra una battaglia e l’altra della nostra grande guerra sognata e voluta da noi, primissimi, combattuta e vinta da noi con allegrezza giovanile, in trincea, in licenza o all’ospedale, noi futuristi abbiamo continuato a creare, collaborando colla conflagrazione novatrice per rinnovare la concezione estetica del mondo.

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La vittoria delle parole in libertà è ormai un fatto compiuto. Sono centinaia i paroliberi futuristi italiani. Le parole in libertà orchestrano i colori, i rumori e i suoni, combinano i materiali della lingua e dei dialetti, le formule aritmetiche e geometriche, i segni musicali, le parole vecchie, deformate o nuove, i gridi degli animali, delle belve e dei motori.
Le parole in libertà spaccano in due nettamente la storia del pensiero e della poesia umana, da Omero all’ultimo fiato lirico della terra. Prima di noi gli uomini hanno sempre cantato come Omero, con la successione narrativa e il catalogo logico di fatti, immagini, idee. Fra i versi di Omero e quelli di Gabriele D’Annunzio non esiste differenza sostanziale.
Le nostre tavole parolibere, invece, ci distinguono finalmente da Omero, poiché non contengono più la successione narrativa, ma la poliespressione simultanea del mondo.
Le parole in libertà sono un nuovo modo di vedere l’universo, una valutazione essenziale dell’universo come somma di forze in moto che s’intersecano al traguardo cosciente del nostro io creatore, e vengono simultaneamente notate con tutti i mezzi espressivi che sono a nostra disposizione.
Campo di ricerche difficilissime, piene d’incertezze, lontane dal successo e dall’approvazione del pubblico. Tentativi eroici dello spirito che si proietta al difuori di tutte le sue norme di logica e di comodità.

Filippo Tommaso Marinetti

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