Anna D’Elia ed il suo libro sul Futurismo

Un autore impiega tempo ed ingegno per costruire la propria Opera.
Molto spesso chi non conosce questo genere di fatica, o chi ritiene che tutto gli sia “dovuto”, si appropria di tali sforzi e li “dissemina” in rete senza porsi il più piccolo problema etico, deontologico e morale.
Effettuare studi e ricerche richiede, invece, tanto lavoro ed ancora più passione per cui, quando si incontra un bel libro, se si rispetta l’autore, è importante aiutarlo a far conoscere la sua Opera.
A noi il libro di Anna D’Elia è piaciuto.
Riportiamo, per esaltarne i contenuti ed incuriosirvi al punto di acquistarlo e leggerlo, la sua Prefazione sperando di fare “cosa gradita”.

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La copertina del Libro

Contro un passato e una storia, identificati con la tradizione, i Futuristi propongono un’idea del tempo che esprima il presente.
Le loro opere traducono i nuovi ritmi della metropoli, delle comunicazioni, dei trasporti, della produzione, del consumo. La simultaneità, centro di dimensioni temporali multiple e contratte, anticipa alcuni problemi odierni. Nasce l’effimero di massa, in simbiosi con la cultura-spettacolo, nella quale i Futuristi sono leader indiscussi.
Cambia la figura dell’artista, trasformandosi in quella di animatore culturale, con l’obbiettivo di «innovare il costume», cambiare e far cambiare stile di vita.
La progettualità abbraccia l’intera esistenza.
«Vivere la vita come opera d’arte» e i Futuristi finiscono per abdicare all’una per l’altra. Come i Complessi Plastici Motorumoristi rappresentano gli equivalenti astratti della realtà, così la loro vita completa quel progetto di ricostruzione futurista dell’universo, che trasforma il mondo in un’opera a firma di Marinetti, Balla, Boccioni, Prampolini, Depero…
È in nuce l’estetica della finzione generalizzata, della duplicazione totale, della simulazione a oltranza, della verità sintetica, che ben si adatta alla civiltà dei robot. Marginalità e centralità del progetto estetico finiscono per coincidere.
All’arte è concesso il massimo potere d’innovazione, ma i limiti della sua attuabilità restano confinati nella sfera estetica.

Quale ragione rivendica la progettualità futurista? Non la ragione costruttiva e funzionalista del Razionalismo storico, non la ragione calcolatrice della scienza, ma la ragione poetica e sensuosa di Marcuse, che nel suo agire, non esclude il supporto dell’intuizione e dell’immaginazione, non proclama la sua forza, la sua assolutezza e centralità, ma chiama in soccorso l’irrazionale, pur non riducendosi ad esso.

Il rapporto ambivalente con la scienza è uno dei nodi problematici della progettualità futurista.
Tutto il progresso tecnologico è, nell’ottica futurista, coinvolto in una visione mitologica, con un’oscillazione costante tra verifica scientifica e speculazione parascientifica, verso il telepatico, il medianico, l’astrologico, il magico.
Il fenomeno è stato letto come residuo dell’influenza decadentista, ma potrebbe essere una riprova di quella volontà di distanziare il primato della ragione forte, modello delle scienze esatte e dell’efficientismo modernista.
La caduta di una ragione costruttiva si ripercuote nella sfera linguistica, con la sconfitta della comunicazione settoriale. La neolingua nasce dalla somma e dall’incrocio di più grammatiche e sintassi, per una comunicazione sinestetica e fluenziale che coinvolge ininterrottamente ogni organo sensoriale in un tempo continuato, non più isolabile nel flusso degli eventi.

L’arte della strada e quella dei mass media, divengono gli obbiettivi prioritari del nuovo artista, la cui figura si definisce in rapporto all’uso di radio e aereo, telegrafo e cinema, foto e abito. Non è un caso la disponibilità dimostrata dai Futuristi per la comunicazione pubblicitaria veicolata dai cartelloni stradali, all’interno di un «museo» coincidente – ormai – con la metropoli, secondo l’utopia futurista. È in questa direzione che va percorso l’itinerario iniziato con la distruzione delle accademie e culminato con l’utopia della Città Nuova, sul cui percorso, tappe non trascurabili sono le ambientazioni effimere e l’universo artificiale della scena.

Questo studio vuole essere un antefatto. Fornisce motivazioni e giustificazioni, dati e informazioni preliminari, all’avvio di uno dei filoni di ricerca su indicati. È anche una mappa dentro il variegato e multiforme sviluppo del Futurismo, di cui offre – in sintesi – la contemporaneità progettuale e operativa all’interno di un vasto spettro di linguaggi: pittura, scultura, fotografia, architettura, cinema, grafica, moda, scenografia.
L’arco cronologico preso in considerazione è di 35 anni all’incirca, dal 1909 al 1945. L’area geografica comprende il territorio nazionale, nelle varie emergenze: Roma, Milano, Firenze prima, Torino, Perugia, Gorizia, Albisola, Rovereto… poi.
L’area culturale è più vasta, non essendo stati posti confini alla diffusione e alle ripercussioni di un’idea estetica che si radica in Russia, in Europa, in Inghilterra, nel Mediterraneo, nei paesi dell’Est, tocca il Giappone e gli Stati Uniti, sull’onda della parola scritta e di quella via etere, dell’immagine fotografata e filmata.

Fonte:
L’universo futurista: una mappa, dal quadro alla cravatta
di Anna D’Elia
EDIZIONI DEDALO, 1988 – 239 pagine

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