Le forme dello stile scapigliato: una comune scelta antirealistica

Ammettiamolo subito: l’etichetta di “stile scapigliato” è impropria, forse addirittura azzardata: accostare i “viluppi” dossiani e gli “alambicchi” di Faldella ai timbri melodrammatici di Tarchetti o anche all’eclettismo elegante delle Storielle vane è impresa ardua. Persino nell’area degli schizzi e delle memorie risalta, di volta in volta, la cifra originale delle singole opzioni. E tuttavia, non solo è possibile individuare un minimo comun denominatore in grado di circoscrivere il campo espressivo della prima narrativa postunitaria, ma è opportuno farlo per meglio misurare la portata innovativa che, nella generale propensione allo sperimentalismo, caratterizza i diversi progetti.
All’origine del movimento vi è la percezione ancora confusa ma penosamente acuta delle trasformazioni che hanno investito, nel giro di pochi anni, l’orizzonte d’attesa entro cui operano i professionisti della penna. Nel paese appena uscito dalle lotte risorgimentali e alle prese con questioni socio-economiche di seria gravità, il mutamento del quadro culturale appanna antichi valori e chiede lo sviluppo di un’intellettualità organica alle discipline “positive”, mentre la civiltà dell’urbanesimo borghese sollecita una modificazione profonda delle abitudini di vita e dei comportamenti collettivi.
Nel capoluogo lombardo, epicentro della spinta propulsiva, chi ha intrapreso la “carriera della carta sporca” patisce in prima persona gli esiti sconvolgenti del passaggio d’epoca: le “officine della letteratura” corrodono le consuetudini di lavoro umanistiche, sottomettendo anche l’attività artistica alle leggi inderogabili del mercato. A fronte dell’articolazione interna del sistema letterario, che comincia a divaricarsi fra produzione “alta” e narrativa “di consumo”, gli scrittori aggiustano il tiro, pre-selezionando la cerchia dei lettori cui intendono rivolgersi. La ricchezza di ogni progetto espressivo è a misura della coerenza con cui viene impostato il dialogo; il criterio formale con cui il singolo autore miscela le diverse componenti ne determina il particolare assetto.
Il fulcro dello stile scapigliato non è tutto riconducibile a “una violenza linguistica, una varietà di espressionismo”, secondo la celebre definizione di Contini; l’impegno comune a sperimentare i moduli inediti di una prosa narrativa eccentrica assume tonalità difformi: ora autenticamente espressionistiche, ora ludico-estrose, ora fantastico-deliranti. Per chi si prefiggeva di oltrepassare le convenzioni care ai “solenni giganti del passato”, lo sforzo di rinnovamento era orientato in una duplice direzione: infrangere definitivamente l’aulica compostezza della lingua letteraria italiana e, nel contempo, rispondere alle sollecitazioni dello sviluppo tecnico-editoriale, senza mai sconfessare, anzi inverando, la specificità della scrittura d’arte.
La vena più vivace del ribellismo trasgressivo s’alimenta certo dell’opposizione alla soluzione di medietà proposta dai Promessi sposi e dalla scuola degli imitatori “fiorentineggianti”, ma a sostenerla è soprattutto il desiderio ansioso di contrastare con gli strumenti di una letterarietà moderna l’espansione del linguaggio giornalistico, dominato dalle funzioni comunicativa e referenziale. Germina da questa bivalente esigenza reattiva la scrittura d’impianto antimimetico che connota l’intera narrativa scapigliata; la sua debolezza complessiva risiede nel paradosso di innescare “una crisi del realismo prima che si affermi il realismo stesso”.

Fonte: Giovanna Rosa, La narrativa scapigliata

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