Boito, Verdi ed il “loro” Falstaff

Immagine di Verdi sullo spartito della Prima alla Scala del Falstaff, spartito che l'artista donò alla Famiglia Artistica in segno di riconoscenza

Immagine di Verdi sullo spartito della Prima alla Scala del Falstaff, spartito che l’artista donò alla Famiglia Artistica in segno di riconoscenza

Con quest’opera Boito e Verdi compiono il sodalizio perfetto tra musica e dramma; Falstaff si crede un don Giovanni dotato di fascino e intelligenza che ordisce trame ai danni altrui, e invece è un miserabile derelitto senza dignità. Se all’inizio lo sfacciato orgoglio di questo grottesco personaggio ce lo rende ridicolo, a poco a poco, allorché lui continua a credere di reggere le la del gioco, ne percepiamo l’essenza tragica.

Sia il libretto del Falstaff che quello dell’Otello furono musicati da Verdi, che, in queste ultimissime prove della sua carriera, assorbì molte delle istanze innovatrici della cultura italiana del secondo Ottocento; ciò mise alla prova la capacità del vecchio maestro di sostenere il confronto con testi letterari ben lontani dalla sua concezione musicale.

Falstaff, personaggio ben diverso da quelli presenti nei drammi tardo-romantici dei decenni
precedenti, è una vittima; “…se i primi due atti sono di matrice drammatica classica, la seconda parte del terzo atto è un’apoteosi visionaria che, dopo aver posto basi shakespeariane, culmina in un convulso sabba redentivo in stile perfettamente boitiano, inquietante più che comico, violentemente grottesco, nel quale si accavallano assonanze dissonanti come formule demoniache, proiettili sul corpo umiliato del misero Falstaff.

La parabola di Falstaff rispecchia in denitiva quella di Re Orso: sovrano di un regno
decaduto, circondato da una grottesca corte dei miracoli che si ritrova a subire un’umiliazione tanto più cocente da ribaltare le gerarchie costruite dal suo ego orgoglioso. La comicità che ne nasce non può che essere amarissima, perché traccia un percorso che descrive un’esistenza tanto più tragica quanto più è grottesca. La conclusione dell’opera è molto signicativa in questo senso: ” Tutto nel mondo è burla. L’uom è nato burlone, la fede in cor gli ciurla, gli ciurla la ragione. Tutti gabbati! lrride l’un l’altro ogni mortal. Ma ride ben chi ride la risata nal.

fonte: “Arrigo Boito” tesi di Laurea di Angela Franco

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