“Tre donne” di Bruno Sperani, ovvero Vincenza (Beatrice) Speraz

In Val Mis’cia.

"Tre donne", edizione 1891

“Tre donne”, edizione 1891

Il sole era scomparso; una leggera nebbia si stendeva sulla terra fredda e umida.
Oppressi da insolita tristezza, i contadini ritornavano dai campi in silenzio.
Le donne, provenienti dallo stabilimento dove si lavorava la canapa, formavano un gruppo nel quale era tutto un discorrere fitto e sommesso. E spesso le parole erano rotte da singhiozzi, da gemiti.

Maria Scaramelli – moglie di Sandro Rampoldi il cavallante – giovine donna di ventidue anni, diceva tra le lagrime:
– Pare che l’avesse in cuore, povera Giulia! Non ci voleva andare al lavoro stamattina!… Le doleva il capo; aveva bisogno di stare in casa a riposare qualche ora di più. Ma la sua cognata le rammentò ch’era di turno alla macchina, che il padrone l’avrebbe mandata a chiamare, e in tutte le maniere le sarebbe toccato di andarci; altrimenti sarebbe cascata in multa, o avrebbe dovuto pagare una donna, che è poi lo stesso. La si vestì di mala voglia e venne giù brontolando. Io l’aspettavo come tutte le mattine per fare la strada insieme. Per tutta la strada non fece che lamentarsi. Povera Giulia!… l’aveva in cuore, povera figliuola!… Ringrazio il Signore che almeno non l’ho vista quand’è cascata…
– Avete ragione di ringraziare il Signore – entrò a dire una anziana dal viso scarno – Io invece l’ho proprio vista, e non me ne scorderò finchè vivo. È successo tutto in un lampo, veh! Ecco: io stavo a lavorare al mio solito posto, poco discosta dalla Giulia, ma con le spalle voltate. La macchina faceva un rumore di casa del diavolo. Mi pareva che non l’avesse mai fatto un fracasso così. Stavo per alzarmi e andare a vedere. In quella, sento un urlo, che mi ha rimescolata…
– S’è sentito tutti!… esclamò un’altra vecchia facendosi il segno della croce.
– Sì, ma io ch’ero là, l’ho sentito nelle viscere. E son saltata su gridando: Giulia! O Giulia!… Ho subito pensato al grembiale pieno di pane. Certo la macchina l’aveva pigliata per una cocca del grembiale!… Mi son buttata avanti, con la speranza di fare qualche cosa, chiamando aiuto con quanto fiato avevo… Gesù, mio!… Non sono arrivata che a vederla un momento in faccia – che faccia!… Poi ho sentito un altr’urlo, soffocato… Era già dentro!… E i due piedi in aria facevano così così… Oh! chi non ha visto que’ due piedi, non può figurarsi l’orrore!…
Le donne ascoltavano agghiacciate.
Vi fu un silenzio.
Lo interruppe una ragazzetta che pareva indignata.
– Eh! se gli uomini fossero stati pronti a fermare la macchina, la si salvava.
Le altre protestarono risolutamente.
– Ma che!… Ma che!…
Erano corsi subito, povera gente!
– Subito – confermò la vecchia.
Erano lì altre donne, le quali accennarono tristamente ch’era tutto vero, che gli uomini avevan fatto di tutto per salvare la Giulia. Ma la Cristina Scaramelli – sorella minore di Maria moglie di Sandro – si rivoltò come un serpente, gridando che lei gli uomini non li aveva visti; che d’altronde era ora di finirla con quella storia; che ne avevano parlato tutto il santo giorno, e che lei non ne poteva più. Qualche cosa aveva visto, pur troppo, ma appunto per questo non voleva sentirne parlare. Voleva scordarsene! Loro ci trovavano gusto; ma lei no. Lei non poteva vivere con quell’orrore davanti agli occhi.
E nel suo disgusto uscì in queste frasi:
– Voglio andarmene da questo posto! Non la voglio più fare questa vitaccia, com’è vero che Dio mi sente!…

Tratto da: “Tre donne” di Bruno Sperani, ovvero Vincenza (Beatrice) Speraz
Milano, Libreria Editrice Galli di C. Chiesa e F. Guindani, 1891

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