Nessuna pietà per i deboli: o la fortuna, subito, o la bancarotta!

Varrebbe la pena di sfatare una diceria tanto radicata quanto ingiusta. Il teatro, sul finire dell’Ottocento, non è solo languori, eroine sospirose, padri (o madri) cui preme, tout court, la salvaguardia degli onori intangibili, sacrifici reconditi che non presumono tornaconto, tirate post-romantiche, Belle époque, lagrimucce e piacere dell’onestà.
E’ anche, e soprattutto, non è temerario aggiungere, prosaica aderenza alla realtà, interesse contingente, egoismo, calcolo, denaro.

In alta Italia, e principalmente a Milano, si assiste al rapido trapasso dall’economia agricola a quella industriale. Ai latifondisti subentrano i proprietari di filande, opifici e ferriere. Il denaro corre, franano antiche fortune, impallidiscono i privilegi del sangue ed, alla ribalta, s’affaccia prepotente una nuovissirna élite, che manovra macroscopici capitali (migliaia di lire, inaudito!), che tenta l’azzardo di clamorose speculazioni (o la fortuna, subito, o la bancarotta), che alza sul moderno vessillo il motto «Nessuna pietà per i deboli».

Non è necessario indagare nel profondo. Il mito del denaro, sul finire dell’Ottocento, è sfacciatamente ingombrante ed i letterati, specchio della società, non si adoperano per dissimularlo dietro veli pietosi. Il verismo imperante, peraltro, non si fa scrupolo di ravvivare le tinte e, appena può, dilata, drammatizza, esagera.
Giorgio Pullini, uno studioso serio e acuto, ha dedicato un saggio alla nuova divinità, «arbitro degli ideali, dei sentimenti, dei conflitti». Ed aggiunge: «Molta parte della prosa italiana fine-secolo, da Milano a Torino (ma in particolare quella milanese) svolge il tema del denaro come aspirazione, forza motrice e disgregatrice della società borghese».
Emilio De Marchi, Matilde Serao, Gerolanio Rovetta, Camillo Antona-Traversi, Giuseppe Giacosa e Sabatino Lopez infittiscono le loro vicende, quelle felici e quelle di minor vena, con una miriade di meschini risvolti, una girandola di quattrini che abbacina i personaggi fino all’abbruttimento.

Verrebbe da chiedersi cosa sia cambiato in oltre un secolo di storia…

Un pensiero su “Nessuna pietà per i deboli: o la fortuna, subito, o la bancarotta!

  1. E’ nostro compito, se abbiamo coscienza, quello di Indicare la via per giungere ad un nuovo modo di vedere lo sviluppo sociale ed economico in modo da valorizzare ogni possibilita per sviluppare l’ equaglianza democratica e culturale nello sviluppo sociele ed umano dove l’altruismo diventa effettiva saggezza di vita .L’ egoismo nell’ uomo e’ essenziamente un fatto epigenetico generato storicamente da una cultura gerarchica della aggregazione umana e favorito dalla appropriazione privata dei beni e del denaro,cosi che la societa in cui viviamo favorisce l’ attuazione della selezione piuttosto che complementarieta’ tra gli uomini nel mondo.
    Gia DARWIN si accorse ponendosi il dubbio che l’ evoluzione che genera la bio-diversita delle specie era fondamentalmente il frutto della BIO-CENOSI βιος (bios = vita) e κοινος (koinosis = comune) e cioe dalla capacita sostanziale della vita nel suo complesso ( animale e vegetale) di vivere come comunita’ alimentare che pertanto non puo essere ridotta ad sistema lineare che provoca la sopravvivenza del piu’ forte. vedi ad es. : http://www.caosmanagement.it/n53/art53_06.html;
    http://www.mednat.org/new_scienza/Manzelli.pdf;
    http://www.psicolab.net/public/pdfart/8089.pdf

    Putroppo la cultura dell’ epoca industriate ha preferito dimenticarsi del dubbio fondamentale espresso da Darwin che si domando: ” ma se il principio e la selezione allora perche le specie si diversificano aumentando la bio-diversita del vivente ? cosi la cultura di cui siamo epigeneticamente figli ha accettato la riduttiva spiegazione Darwiniana della selezione naturale per utilizzarla in economia ed in sociologia ed in politica proprio al fine di giustificare il successo economico e sociale basato sullo sfruttamento del piu debole. Paolo Manzelli http://www.egocrea.net

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