La questione dell’arte

Heidegger ne “La volontà di potenza come arte” — il corso tenuto all’università di Friburgo tra il 1936 e il 1937 — si interroga sul perché Platone, “nel contesto della domanda-guida del dialogo sullo Stato”, si ponga la “questione dell’arte”. Ed osserva che nella Repubblica “non viene descritta una formazione statuale esistente, né viene escogitato l’ideale di uno Stato futuro, ma partendo dall’essere e dal rapporto fondamentale dell’uomo con esso viene progettato l’ordine interno della comunità”.
L’arte — e l’arte poetica in particolare — costituisce dunque problema nella fondazione metafisica della comunità e lo costituisce a tal punto da indurre Platone a pronunciarne la condanna. E questa una condanna che nel dirsi politica complica tale termine ponendolo in relazione con la struttura stessa dell’essere. Se, infatti, l’arte è inconciliabile con l’ordine della comunità che si vuole edificare, ciò accade perché essa è inconciliabile con l’ordine che è proprio all’essere. Ed è nel contraddire un simile ordine, così come l’idea di misura che ne discende, che l’arte entra in aperto contrasto con l’assetto della polis che il dialogo platonico va definendo.

[…omissis]

C’è però qualcosa — qualcosa che il poeta conosce e pratica — capace di turbare ordine e misura e ciò accade quando la vista rimanere “irretita dalla foglia o dall’acqua” e la foglia e l’acqua diventano per chi guarda motivo di stupore. Ma per quale ragione il poeta, o chiunque altro, nel compiere un atto apparentemente innocuo e casuale compie un atto così carico di valenze politiche? Perché quello del poeta, come di colui che dal poeta è istruito, si rivela un gesto addirittura capace di contraddire la giustizia e quindi l’assetto stesso della polis?

[…omissis]

Ciò accade perché il poeta “possedeva immediatamente ciò che davanti a lui, ai suoi occhi, all’udito e al tatto appariva; possedeva ciò che guardava e ascoltava, ciò che toccava, ma anche tutto ciò che popolava i suoi sogni, i suoi personali fantasmi interiori, mescolati in tal modo con altri, con quelli che vagavano al di fuori, che uniti formavano un mondo aperto dove tutto era possibile. I confini si modificavano in modo tale che finivano per non esserci”.
Ogni cosa appare nella parola del poeta eccentrica rispetto a se stessa, infinita nella sua concreta e materiale consistenza. Nell’assecondarne la densa molteplicità, nel seguirla “attraverso il labirinto del tempo e del mutamento”, il poeta compie il suo atto politico contro la giustizia: le cose amate sono salvate dall’”ingiustizia” della fissità.

fonte: Il logos sensibile di María Zambrano – di Pina De Luca – Rubbettino Editore

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