Lucio Fontana e la Famiglia Artistica

…Tuttavia ripercorrendo quei materiali poveri, soprattutto ritagli di giornale, destinati all’oblio per la loro povertà di indicazioni precise, è possibile seguire i movimenti di Fontana nello stretto ambiente milanese dei giovani pittori e scultori riuniti attorno a Brera ed alla galleria del Milione, al di fuori dell’ormai consolidata sequenza storiografìca.
I cronisti dell’epoca registrano la sua partecipazione a mostre di carattere eclettico come alla Famiglia artistica nel febbraio – marzo 1929, oppure segnalano la presenza all’inaugurazione della sede dell’Avanguardia artistica in corso Monforte, libera accademia, libera scuola di nudo con quell’immagine contraddittoria tra ribellismo e tentativo di inserirsi nelle dinamiche di inquadramento della politica artistica del regime.
Non è casuale la presenza di Fontana all’Avanguardia; i vincoli di amicizia con Raùl Soldi, pittore argentino che aveva disegnato il contrassegno del gruppo diretto da Arnaldo Carpanetti — una A maiuscola dall’aspetto di piramide tronca — sono il tramite di una rete di conoscenze e frequentazioni.

[…omissis]

Fontana, l’Uomo Nero

Altrettanto lucido e preciso rispetto a una situazione culturale, esistenziale e poetica, il giudizio di Renato Biroffi:

«Pensate, l’Uomo nero… Fontana pensa all’umanità dolorosa e torbida».

L’umanità dolorosa e torbida, come espressione della caducità e della condanna originale, più volte ritorna in Birolli ed è direttamente collegabile all’incontro con Persico. Si rilegga quel passo sulla periferia milanese, della Cagnola con i «ragazzi dalle fisionomie precoci, borghesucci obesi, operai dalle lunghe braccia, donne dai visi mal dipinti […] povera gente senza storia» in cui appaiono nude le passioni, «l’invidia, la lussuria, la gola» e «che paiono condannati ad una vita senza grandezza, e ad una morte senza resurrezione», persi «nel dolore, segreto e senza rimedio […] nel mio stesso dolore».
Nell’Uomo nero, dunque — terribile riflesso dell’altro che è in noi, di quella parte dell’esistenza che giace immersa nell’oscurità — , sembra concentrarsi una congerie di significati formali, destini personali e artistici di una generazione. Con una parola, Lucio Fontana opera da «primitivo». Escludendo che il senso dell’espressione debba essere inteso come elementare soluzione di un dato problema formale, il vorace Fontana sembra letteralmente divorare con gli occhi lo Zadkine di De Ridder delle Editions des Chroniques du Jour del 1929, o le riproduzioni delle stesse opere dello scultore russo-parigino in «Poligono», più tardi, nel gennaio del 1931; né gli saranno sfuggiti, di persona, i pochi suoi pezzi esposti alla Biennale del 1928.

fonte: Fare storia dell’arte: studi offerti a Liana Castelfranchi di Maria Grazia Balzarini, Roberto Cassanelli


Si racconta che questa scultura di gesso colorata col catrame facesse tremar di spavento, nel buio, chi la guardasse, proprio come la sagoma dell’uomo nero!

Lucio Fontana l’aveva plasmata, intorno al 1930, e quando girava per le varie esposizioni – nella Galleria del Milione a Milano, a Firenze nel 1933 – inquietava sempre il pubblico meno spavaldo e faceva una sicura impressione agli artisti, nel bene e nel male.

Della scultura sono state perse le tracce– scomparsa o distrutta: non rimane che il ricordo, grazie ad una vecchia fotografia…

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