Architettura tradizionalista

All’esasperato e arbitrario individualismo, che nella singolarità delle trovate faceva consistere l’abilità e la fama di un progettista, parve necessario sostituire una regola; soltanto da una disciplina e da una comunanza di sentire si sarebbe formata, a poco a poco, una nuova architettura che, nelle intenzioni di Muzio, proprio a Milano avrebbe trovato terreno di prima sperimentazione. In questa città, ove i cicli di una sempre più esagitata modernità non avevano lasciato «intentata nessuna audacia”, si sarebbero consumate prima che altrove le illusioni di un’innovazione sganciata dall’eredità del passato.
Quella nuova architettura, la cui «disciplina non può essere che classica» , si concretizza per Muzio nelle opere di Mino Fiocchi, di Alberto Alpago Novello, di Giuseppe de Finetti, di Gio Ponti, di Ottavio Cabiati e, naturalmente, nelle proprie. Anzi, il primo manifesto di quel «movimento di restaurazione classica» è la sua “casa” in via Principe Umberto (oggi via Moscova), del 1919-1920.
Concludendo un suo articolo del 1921 dedicato all’architettura milanese dell’Ottocento (G. Muzio, L’architettura a Milano intorno all’Ottocento, pubblicato in “Emporium”, 317, maggio 1921, pp. 241 – 258), Giovanni Muzio, sosteneva esplicitamente la necessità di un «ritorno alI’ordine contro l’esasperato individualismo che aveva connotato l’architettura italiana del primo ventennio del Novecento.
Secondo Muzio, il carattere «eminentemente sociale» dell’architettura non poteva ancora sopportare quella «confusione» e quei tratti «bizzarri e contrastanti» con cui il nuovo secolo aveva segnato le città italiane. Era necessario un ritorno al «calmo e riposato ambiente di una vecchia strada dell’Ottocento» ed era perciò anche necessario rinsaldare quella continuità dei «caratteri stilistici» che si era bruscamente interrotta con il proliferare del decorativismo floreale e con l’esaltazione futurista.
Speriamo — scrisse Muzio — che un prospero periodo si inizi oggi per l’arte, e il culto delle tradizioni classiche ritorni a fiorire tra noi, fatto che non può mancare perché si avverò ogni qualvolta, nel passato, la civiltà della nostra gente attinse a grandi altezze.
Così, Io sguardo storico che Muzio aveva voluto portare sull’architettura del secolo precedente assumeva anche la veste di programma per il futuro. Legava a doppio filo la conoscenza del passato alla volontà del progetto dì una nuova, antica, architettura.

FONTE
Architettura tradizionalista: architetti, opere, teorie – di Giorgio Pigafetta, Ilaria Abbondandolo, Marco Trisciuoglio – pp. 121 – 124

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