Il mito della macchina

Il mito della macchina, l’auspicato combinarsi dell’organico con l’inorganico, l’animale metallico che ne deriva, delineano modi di vita e forme di pensiero del tutto originali, ponendosi anche come la base di quel metodo creativo, sorretto dal rilievo accordato all’analogia, che attraversa l’intera esperienta futurista. Ancora Marinetti scrive nel suo Lo Splendore Geometrico e Meccanico:
“(…omissis) dal caos delle nuove sensibilità contraddittorie nasce una nuova bellezza che, noi Futuristi, sostituirerno alla prima e che io chiamo splendore geometrico”.
E nel ‘25, nella introduzione all’antologia su I nuovi poeti futuristi, l’autore di A mon Pégase scrive:
“La macchina sintesi dei maggiori sforzi cerebrali dell’umanità. La macchina, equivalente meccanico organico del globo terracqueo. La macchina nuovo corpo vivo quasi umano che moltiplica il nostro. La macchina prodotto e conseguenza che produce a sua volta infinite conseguenze e modificazioni nella sensibilità, nello spirito, nella viIa”.

Precarietà e instabilità contraddistinguono così soggetti mutevoli, con sentimenti emotivi in continua evoluzione: lo scenario della loro vita è quel tessuto urbano (si pensi alla Milano “elettrica” e notturna di Fondazione e Manifesto del futurismo, del 1909) in cui esplode la contraddizione tra la velocità artificiale dell’innovazione e il “passo” lento dell’animale-uomo: l’impatto dell’uomo con la macchina deve essere pienamente accettato e favorito in quanto proprio esso permette, nei suoi esiti, di riprendere ancora il “passo” svelto della civiltà tecnologica. Il gusto futurista per la composizione uomo-macchina come procedimento utile al fine di un superamento di tutto ciò che è lento, sonnacchioso, vile, paralizzante, mummificato, non indica, nella sostituzione dell’animale-uomo con l’uomo-macchina, una cancellazione della vitalità specifica dell’essere umano, poiché volontà e desiderio si proiettano nella macchina, nel suo dispositivo di funzionamento.

Marinetti scrive: “(…) noi svìluppiamo e preconizziamo una grande idea nuova che circola nella vita contemporanea: l’idea della bellezza meccanica; ed esaltiamo quindi l’amore per la macchina, quell’amore che vedemmo fiammeggiare sulle guance dei meccanici, aduste e imbrattate di carbone. Non avete mai osservato un macchinista quando lava amorevolmente il gran corpo possente della sua locomotiva? Sono le tenerezze minuziose e sapienti di un amante che accarezzi la sua donna adorata. (…)

fonte: Principio metamorfosi: verso un’antropologia dell’artificiale – Di Ubaldo Fadini – pag 37 – Mimesis Edizioni, 1999

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