La Braida, cuore artistico di Milano

Quella che segue è, a mio personalissimo avviso, una delle più belle descrizioni della Braida di Milano che mi sia capitato di leggere.
Ero ancora studente liceale quando il nostro docente di letteratura ci suggerì questa lettura: cruda, come la vita. Entusiasmante? Sicuramente interessante. Il docente, per correttezza, era sacerdote salesiano ed esperto bibliotecario…

Tutto sommato io darei ragione all’Adelung, perché se partiamo da un alto-tedesco Breite il passaggio a Braida è facile, e anche il resto: il dittongo che si contrae in una e apertissima, e poi la rotacizzazione della dentale intervocalica, che oggi grazie al cielo non è più un mistero per nessuno. La si ritrova, per esempio, nei dialetti del Middie West americano, e infatti quel soldato di aviazione che conobbi a Manduria mi diceva “haspero” mostrandomi il ditone della mano destra ingessato, e io non capivo; ma poi non c’è nemmeno bisogno di scomodarsi a traversare l’Oceano, perché non diceva forse “Maronna mia” quell’altro soldato, certo Merola della compagnia comando, che era nato appunto a Nocera Inferiore?

Le altre ipotesi, che cioè all’origine ci sia un basso latino Braida, o un latino classico Praedium, hanno per me interesse minore, e in quanto al significato concordano tutte, comunque.
Campus vel ager suburbanus in Gallia Cisalpina. Insomma uno slargo, uno spiazzo vicino all’abitato, un pezzo di verde intra moenia, dove si tenevano le fiere di bestiame e magari ci bazzicavano le prostitute, a notte. Ora, siccome accanto allo spiazzo nostro c’erano le case di un tal Adalgiso Guercio, la gente continuava a dire la Braida del Guercio.

Storto d’occhi ma dritto d’animo, il pio Adalgiso fece dono delle sue case all’ordine degli Umiliati, del quale per la verità so poco: so che in quelle case del Guercio misero la loro prepositura, che poco dopo l’ordine si estinse, e che la Braida passò automaticamente al cardinale arcivescovo monsignor Chiesa.
Più tardi un sant’uomo, Carlo Borromeo, destinò là dentro i compagni di Gesù, che vi tennero la loro casa insegnante.
Ma intanto la vecchia Braida del Guercio, che nessuno ormai chiamava più così, era diventata un palazzo, e più precisamente un’ala del palazzo odierno, quella che guarda sulla via Adelantemi. Guarda per modo di dire, perché le finestre sono sbarrate, e le mura massicce di un rosso ferrigno, con un’aria complessiva di fortilizio.
Come tutti sanno, nel 1773 i compagni di Gesù si scompagnarono e così quelli della Braida smisero di insegnare, e proprio allora la cattolicissima imperatrice Maria Teresa, saggiamente consigliata dal principe Kautnitz, riunì là dentro il lascito librario del munifico conte Pertusati, la vecchia biblioteca dell’ordine, altre raccolte minori, e aprì alla cittadinanza colta una nuova e doviziosa fonte del sapere.

[…omissis]

I gradini erano larghi e comodi, tagliati per piedi cardinalizi. Ora, tante cose io invidio ai cardinali, ma più di tutto le scarpe, che sono agili di fiosso, morbide di spunterbo e larghe, sì che le dita ci stanno ben distese e slargate nelle calze di seta rossa, senza duroni, né lupinelli, né accavallamenti del terzo sul secondo dito, né unghie incarnite come succede a noialtri laici, funestati dalle punte strette e tigliose delle scarpe che fabbricano in serie non sulla forma del piede, ma sulla Fussgestalt, certi calzolari hegeliani.
A scendere quello scalone capivi di aver sbagliato chissà quante scelte importanti, in vita tua; nemmeno il passo era giusto, inadeguato per via dei calzoni che dismagano l’onestà dell’incedere.
Erano scalini da scendere in tonaca, con piede posato e solenne e comodo.

Alla svolta della prima rampa una vaschetta di bronzo appesa al muro avvertiva gli entranti di spegnere il sigaro, ed anche quella scritta mi intimoriva, mentre accendevo la nazionale e posavo con cura là dentro il cerino.

C’era da percorrere un passaggio a volte altissime, in penombra, fiancheggiato da tante statue, calchi o copie cioè di nudi classici, mutili nel sesso quelli maschili, non so se per ira dei compagni di Gesù o se per beffa dei ragazzi che, lì accanto, frequentavano le belle arti.

La luce ti coglieva giù in fondo, dove il passaggio buio sbocca nel cortile.
C’è subito una fontanella col mascherone che tiene in bocca un tubo ricurvo in giù: tu premi un bottone lì accosto e attingi col ramaiolo di ferro stagnato. Mi fermavo sempre a bere, prima di dare un’occhiata all’intorno, sul cortile quadrato pieno di archi, di colonne e di statue. Principalmente erano busti, ma ai personaggi più importanti era toccata la statua intera, a grandezza naturale e forse di più, tutti in piedi con la gamba sinistra piegata in avanti; e siccome le statue erano messe proprio a filo con le arcate, mentre il resto della figura s’era coperto di fuliggine e di sudiciume, un ginocchio, appunto il sinistro, restava bianco
e nitido grazie al continuo dilavamento delle acque piovane. I personaggi di pietra stavano lì fermi a lavarsi il ginocchio, e per occupare le mani tenevano, secondo il mestier loro, chi un torno, chi un cartiglio, chi una sfera, guardandola fissamente, come fa l’indovina col globo di vetro.
Al centro del cortile sorgeva la statua bronzea di Napoleone, nudo, con le natiche tonde, atticciato e forse anche un po’ pingue (ma sempre in vantaggio sulla verità fisica di quel securo), ambedue le mani occupate, la destra da una vittoria alata, ritta in punta di piedi sopra una sfera, la sinistra su una pertica, forse un’asta di bandiera, forse una lancia spuntata, io non so bene.

Era grande il palazzone della biblioteca, già casa insegnante dei compagni di Gesù, e prima ancora prepositura degli Umiliati e alle origini Braida del Guercio.

Io ho parlato diffusamente della biblioteca perché lì mi conducevano sovente, vincendo rimorsi e angustie, i miei scrupoli di giovane erudito, ma ci sarebbe da dire anche, potendo, della pinacoteca, dove si conserva un famosissimo Cristo, grosso e grigio, coi piedoni avanti, e morto, morto senza speranza di resurrezione. O dèll’osservatorio astronomico, con la sfera della specola su in cima, che dà la temperatura e le previsioni del tempo per domani; o dell’orto botanico, che non ho purtroppo mai visto, ricco di piante rare, anche tropicali, capaci di crescere nonostante il freddo e l’umido, grazie a chissà quale miracolosa combinazione di muri e di giri d’aria inspiegabilmente calda soltanto lì.

Basti pensare che nella baracchetta per le zappe e le vanghe e le cesoie del giardiniere aveva trovato alloggio – una branda e un tavolo – Gaetano il pittore di Napoli. Una baracca di tavole, piena di fessure, battuta dagli spifferi, eppure Gaetano si serbava vegeto e rosso in viso come quando era venuto su dal suo paese. E c’era infine la scuola delle belle arti, con le sue aule che davano sul cortile: ornato, figura, geometrico, era inciso sopra l’uscio, e verso mezzogiorno sciamavano gli alunni, lunghi, capelluti dinoccolati, e le ragazze col mongomeri verde o rosso, una gran cartella sotto il braccio e la chioma legata a coda di cavallo sulla nuca.

Le vedevi sostare accanto a una colonna, indugiare sul portale, tante macchie di colore con sullo sfondo l’abside della vecchia chiesa, ferrigno e verde di rampicanti, dall’altra parte della strada. Quella si chiama la chiesa di San Fruttuoso, sconsacrata da chissà quanto, e buona nemmeno più per l’archivio di stato, che prima c’era, ma adesso ha sloggiato non so dove. La navata è ingombra ormai di legname sfasciato e imporrito, e del vecchio archivio resta appena una fila di colombai.
I muri si scrostano, i pochi graffiti pigliano la muffa, ma l’abside sta in piedi; l’hanno serbata perché faccia da quinta, giù in fondo, fra i due parallelepipedi di vetro e cemento lustrato d’un palazzo nuovo, pieno di gente che da mattina a sera fattura la produzione metalmeccanica.

Anche da lì dopo mezzogiorno usciva un fiume di persone, ma erano diverse: tetri e aggobbiti gli uomini, ritte e secche le donne, la testa alta, la faccia immobile, tranne un ritmico vibrar delle gote, per il contraccolpo dei passi rigidi sui tacchi a spillo. Tutti sembravano voler fuggire da queste strade a loro estranee, e infatti filavano via senza un’occhiata attorno, né al palazzone di cotto, né alle ragazze in mongomeri colorato, né ai gruppi di capelluti che sostavano poco oltre, dinanzi ai due caffè: il caffè della Braida e il caffè delle Antille.

La vita agra

La vita agra


fonte: La vita agra – Luciano Bianciardi – Edizioni Rizzoli

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...