Umberto Boccioni e Milano – Taccuini Futuristi

3 giugno 1907
Sto poco bene in salute. Sono svogliato, lavoro poco da un paio di giorni.
Non penso a nulla sono sospeso e sento terribilmente la mancanza di denari per l’arte. Se avessi denari dipingerei molto e variando dal disegno al colore troverei nuove forze. Resterò a Venezia o andrò a Milano. Sono vuoto non godo non soffro non sogno. Sono come assopito: ci vogliono denari denari denari o la guerra non si può fare.

29 maggio
Sono per partire da Venezia per Milano. Non posso più tirare innanzi. Sono tornati i medesimi tempi di Parigi per quanto molto meno penosi. Chiudo questo periodo con la coscienza d’essere rinato a nuova vita e di progredire sensibilmente.
Un anno fa ero a Parigi in ben diverse condizioni di spirito. A Parigi sono andato con la sensazione di andare a curarmi e a guarirmi. A Milano ci vado con l’intenzione rapace di vincere e conquistarla.

12 luglio
Ho rattoppato i miei affari, ma me li ha rattoppati Piccoli vendendomi due marine per 50 lire…
Continuo a non lavorare. Non sono scoraggiato sulle mie forze ma sui mezzi pecuniari che non accennano mai ad aumentare a meno di non prostituirsi nella maniera la più ignobile. Mi si continua a dir male di Milano. È un plebiscito di antipatia per l’unica città italiana che faccia qualche cosa. Sono stanco. Mi manca tutto moralmente e materialmente. E penso che a Milano la vita sarà peggio.
Sono all’Esposizione e trovo sempre pochissimo di mio gusto salvo qualche maggiore. Gli stranieri li trovo sempre più sporchi trasandati volgari tecnicamente per quanto siano nobilissimi per ispirazione quando lo sono. Noi invece mettiamo in mostra la nostra miseria  civile, intellettuale, morale con tecniche bastarde ma con visioni sempre chiare pulite gioiose il che tradisce la latinità sotto la nostra secolare miseria.
Manca sempre l’universalità. Le sensazioni che si trovano nella maggior parte dei quadri d’oggi si possono ritrovare in qualunque archivio di P.S. o d’Istituto di mendicità o d’ospedale ecc. ecc. Tutto è frammentario e si dà l’aria di documento scientifico che fa ridere a chi pensi alla meravigliosa oggettività e matematica esattezza della Scienza. Ci vuole un ingegno che accettando tutto ciò che la scienza moderna ha rinnovato nell’Arte dia il volo che sintetizzi il sogno dell’anima moderna. Oggi si sogna come a Venezia a Firenze a Roma in Atene, in Egitto e su su fino a dove l’umana conoscenza può arrivare. Noi siamo davanti agli stessi misteri, l’anima ha bisogno relativamente della stessa adorazione religiosa e l’Arte moderna deve riflettere tutto questo.

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