Architettura tradizionalista

All’esasperato e arbitrario individualismo, che nella singolarità delle trovate faceva consistere l’abilità e la fama di un progettista, parve necessario sostituire una regola; soltanto da una disciplina e da una comunanza di sentire si sarebbe formata, a poco a poco, una nuova architettura che, nelle intenzioni di Muzio, proprio a Milano avrebbe trovato terreno di prima sperimentazione. In questa città, ove i cicli di una sempre più esagitata modernità non avevano lasciato «intentata nessuna audacia”, si sarebbero consumate prima che altrove le illusioni di un’innovazione sganciata dall’eredità del passato.
Quella nuova architettura, la cui «disciplina non può essere che classica» , si concretizza per Muzio nelle opere di Mino Fiocchi, di Alberto Alpago Novello, di Giuseppe de Finetti, di Gio Ponti, di Ottavio Cabiati e, naturalmente, nelle proprie. Anzi, il primo manifesto di quel «movimento di restaurazione classica» è la sua “casa” in via Principe Umberto (oggi via Moscova), del 1919-1920.
Concludendo un suo articolo del 1921 dedicato all’architettura milanese dell’Ottocento (G. Muzio, L’architettura a Milano intorno all’Ottocento, pubblicato in “Emporium”, 317, maggio 1921, pp. 241 – 258), Giovanni Muzio, sosteneva esplicitamente la necessità di un «ritorno alI’ordine contro l’esasperato individualismo che aveva connotato l’architettura italiana del primo ventennio del Novecento.
Secondo Muzio, il carattere «eminentemente sociale» dell’architettura non poteva ancora sopportare quella «confusione» e quei tratti «bizzarri e contrastanti» con cui il nuovo secolo aveva segnato le città italiane. Era necessario un ritorno al «calmo e riposato ambiente di una vecchia strada dell’Ottocento» ed era perciò anche necessario rinsaldare quella continuità dei «caratteri stilistici» che si era bruscamente interrotta con il proliferare del decorativismo floreale e con l’esaltazione futurista.
Speriamo — scrisse Muzio — che un prospero periodo si inizi oggi per l’arte, e il culto delle tradizioni classiche ritorni a fiorire tra noi, fatto che non può mancare perché si avverò ogni qualvolta, nel passato, la civiltà della nostra gente attinse a grandi altezze.
Così, Io sguardo storico che Muzio aveva voluto portare sull’architettura del secolo precedente assumeva anche la veste di programma per il futuro. Legava a doppio filo la conoscenza del passato alla volontà del progetto dì una nuova, antica, architettura.

FONTE
Architettura tradizionalista: architetti, opere, teorie – di Giorgio Pigafetta, Ilaria Abbondandolo, Marco Trisciuoglio – pp. 121 – 124

Movimento artistico il Novecento

Movimento artistico sviluppatosi a Milano nel marzo 1923 nel contesto di una mostra alla Galleria Pesaro e caratterizzato dalla tendenza al ritorno alle tradizioni pittoriche italiane e alle opere classiche, in contrapposizione all’impressionismo. I principali esponenti furono A. Bucci, A. Funi, V. Oppi, M. Sironi e P. Marussig ai quali si unirono in un secondo tempo C. Carrà, F. Casorati e altri. Su posizioni analoghe si formò anche un gruppo di architetti milanesi, anch’essi votati al ripristino delle forme classiche e al culto delle tradizioni. Il capostipite fu C. Muzio e al movimento aderirono anche G. De Finetti, G. Ponti, E. Lancia e M. Fiocchi.

fonte: http://enciclopedia.studenti.it/novecento_2.html

Architettura: il Gruppo di Muzio e gli inizi del ‘900

Gruppo di Muzio:
gruppo formato da De Finetti, Fiocchi, Lancia e Ponti. che si riunisce intorno a Giovanni Muzio nello studio in via Sant’Orsola a partire dal 1920, e che presenta il proprio programma l’anno successivo presso la Famiglia Artistica di Milano: non vogliono rompere la continuità con la storia dell’architettura italiana, ma proseguirla con una nuova forma di classicismo che si richiama soprattutto a Palladio. Non è una nuova corrente storicistica. Le opere di Palladio vengono considerate un modello da imitare per aspirare alla purezza formale, quale valore permanente e universale e, non come repertorio figurativo di elementi stilistici. La particolarità è che i loro edifici, pur in continuità con la tradizione italiana, vogliono essere moderni sia nell’aspetto che nelle soluzioni funzionali e tecnologiche e per questo collocabili nell’ambito delle coeve sperimentazioni europee: Muzio proveniva da un soggiorno parigino e De Finetti da uno viennese presso Loos.
La prima opera di Muzio, che desta subito discussioni e critiche, è la famosa Ca’ Brutta, costruita tra il 1919 e il 1922, sull’area del demolito Villino Borghi, nell’angolo tra via Principe Umberto (l’attuale via Turati) e via Moscova L’opera più interessante rimane comunque la casa della Meridiana di Giuseppe de Finetti del 1925.
De Finetti, allievo dell’architetto viennese Adolf Loos, seppe coniugare funzionalità ed eleganza proprio nel condominio (1925-27) che prese il nome dalla meridiana dipinta da Gigiotti Zanini. La struttura a gradoni conteneva cinque appartamenti studiati appositamente per i relativi inquilini: il tradizionale scalone viene sotitutito con un ascensore che serviva direttamente le abitazioni. La casa è edificata in via Marchiondi 3, traversa di Piazza Andrea Cardinal Ferrari, di fianco al prestigioso “Padiglione Principe di Piemonte” dell’A.O. Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano.

Giovanni Muzio e la sua Milano

Giovanni Muzio nasce a Milano il 12 febbraio 1893; durante il periodo universitario stringe amicizia con Serani, Funi, Boccioni vivendo con loro l’agitato periodo dell’interventismo in guerra. Si laurea in architettura civile nel 1915 e, inviato militare sul fronte veneto, ne approfitta per studiare da vicino le opere di Palladio, suo riferimento fondamentale per l’intera futura attività.
Entra a far parte del club degli urbanisti con A. Alpago Novello, G. De Finetti, T. Buzzi, O. Cabiati, G. Ferrazza, A. Gadola, E. Lancia, M. Marelli, A. Minali, G. Ponti, P. Palumbo, F. Regiori; e lavora al progetto del concorso per il P.R.G. di Milano . Con Sironi promuove le mostre della stampa a Colonia (1928), ed allestisce il Padiglione delle arti grafiche e il salone del marmo italiano alla IV Esposizione Internazionale d’Arte decorativa industriale moderna (1929).
Nel 1936 ottiene l’incarico di Urbanistica alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ruolo che manterrà fino al 1953.
A Milano Muzio firmerà i Pensionati e mense dell’Università Bocconi di Milano, le Case A e D al quartiere di via Vincenzo Monti, la ricostruzione isolato del Credito Italiano, la Casa in Corso Vittorio Emanuele tra via Pattari e Galleria del Corso, l’ Edificio in via Borgonuovo (Banca Commerciale Italiana), la Torre Turati.
Muore a Milano il 21 maggio 1982.

fonte: http://guide.supereva.it/liberty_e_deco/interventi/2004/11/185985.shtml

L’Intima e Carlo Carrà

Carlo Carrà, nato a Quargnento (Alessandria) nel 1881 da famiglia artigiana, rivela un precoce interesse per il disegno e la pittura.
Nel 1895 è a Milano per le prime urgenti necessità di lavoro, ma vi incontra anche le suggestioni della pittura di Pieviati e Segantini.
Nel 1899 è a Parigi come aiuto decoratore all Esposizione Universale; nel 1900 a Londra. In queste città egli vive la vita chiusa degli emigranti, scopre il pensiero politico degli anarchici e dei grandi maestri del socialismo e ha modo di frequentare i musei francesi e inglesi, molto diversi dai musei italiani (racconterà ne “La mia vita” di essere rimasto incantato di fronte a un quadro di Millet).
Ritornando a Quargnento dipinge, nel 1900. la prima opera che ci è conservata, La strada di casa, un inchiostro e acquerello su cartone, di vaga intonazione romantica.
Prima di approdare all’Accademia di Brera, che frequenta negli anni 1906 – 1908, lavora come decoratore in Lombardia e nel Canton Ticino; nello stesso periodo segue i corsi della Scuola Superiore di Arte Applicata a Milano e vi consegue premi ed encomi.
Saranno proprio i riconoscimenti ottenuti in questa scuola a spingere uno zio paterno ad aiutare finanziariamente Carrà in modo che egli possa seguire i corsi regolari di Brera, allievo di Cesare Tallone, compagno di Aroldo Bonzagni e Romolo Romani.
Carrà raccontando gli anni di Brera ha potuto scrivere: “Quale rapporto avesse l’Accademia di Brera con l’arte è ciò che mi sono domandato spesso senza trovare una risposta. Dirò meglio con tutta franchezza che non vi vedevo alcun rapporto”.
Per quanto contrariato, o deluso, a Brera Carrà entra in contatto reale con l’ambiente dell’arte a Milano; vi incontra Boccioni, trova in Tallone un maestro non prevaricante, ha modo di poter osservare da vicino, seppure fugacemente, l’amato Pellizza da Volpedo già allievo dello stesso Tallone.
Il fatto di essere un “pittore di Brera” gli consente un rapporto amichevole con Grubicy, l’ingresso nel consiglio della Famiglia Artistica dove, esponendo nell’”Intima”, ottiene i primi successi….

fonte: L’arte all’ordine del giorno: figure e idee in Italia da Carrà a Birolli – di Vittorio Fagone – Feltrinelli Editore

Il tempo e la rottura del patto mimetico

Noi, frutti del passato e semi per il futuro. In un perpetuo rincorrersi di cicli storici.
Ho iniziato questa ricerca sulla fine della corrispondenza tra significante e significato, tra tempo passato e rottura del patto mimetico quando, incuriosito dal concetto di Mito, ho iniziato a leggere il testo “Miti e figure del moderno” di Franco Rella.
Il coinvolgimento mi ha indotto a cercare altri riferimenti incrociati: prima Lyotard, poi ancora il “patto mimetico”… approdando nel linguaggio della scienza e trovando il “principio di indeterminazione”, uno dei punti cardine dell’evoluzione nella fisica del secolo scorso. E qui mi sono imbattuto proprio… in una citazione tratta dalle opere di Franco Rella. Che sia stato un segnale per indurmi a pensare: ok, basta così?

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Secondo Lyotard l’età del moderno si caratterizza per il tentativo di dare una risposta alla crisi del senso attraverso i grandi racconti dell’emancipazione (il mito di Prometeo liberato), della realizzazione dello spirito, e infine della crescita e della ricchezza. L’ipotesi di Lyotard è che “per gran parte delle società contemporanee questi racconti non siano più credibili e non bastino ad assicurare, come pretendevano, un legame politico sociale, culturale”. Dunque oggi noi siamo davanti al problema del senso, o meglio dell’assenza di senso, senza “la speranza dell’emancipazione (…), dello Spirito (…), o del Proletariato”. È questa condizione, secondo Lyotard, che caratterizza il post-moderno. I suoi tratti nuovi sono la dissoluzione della trasmissibilità (la “narratività”) in favore della comunicazione diffusa dei media.
Non dubito che il tempo che viviamo abbia caratteristiche diverse da quelle che io ho definito tipiche del “moderno”. Ma è curioso che Lyotard, per qualificare il tempo del post-moderno, descriva la percezione della delegittimazione dei miti del progresso che caratterizza appunto tutto il pensiero del’ultimo Ottocento e dei primi decenni del Novecento, in cui avviene, come vedremo più avanti, secondo Steiner, l’autentica rivoluzione della modernità: la rottura del patto mimetico, che garantiva la corrispondenza tra significante e significato: tra segno e realtà.

[...omissis]

Il tempo vero, il tempo della presenza, che sembra sempre sul punto di disfarsi tra le mani, è dunque un tempo duplice, che ci pone in una continua ricerca, che ha caratterizzato tutta la modernità, lungo il sentiero che corre tra la precarietà delle cose, e di noi effimeri tra le cose, e l’esigenza di un oltre, che ha spinto lo sguardo dei poeti, degli artisti del moderno fin sul bordo estremo dell’esistente, fino a sfiorare la domanda sul senso dell’essere: sull’origine e sulla fine delle forme, dei pensieri, degli oggetti, delle immagini che popolano il mondo e la nostra vita.

Baudelaire annuncia profeticamente la rottura del patto mimetico, che aveva garantito per più di due millenni il rapporto tra rappresentazione e realtà. Questa rottura, che si consuma tra il 1870 ed il 1930 in Europa è, secondo Steiner, la vera rivoluzione inaugurale della modernità. Di qui nasce la ricerca di forme entro cui rendere visibile e comunicabile una esperienza che non è più pronunciata, che non è più pronunciabile all’interno dei concetti abituali.

fonte: Miti e figure del moderno – Di Franco Rella – Saggi: Universale Economica Feltrinelli

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Lyotard è noto, tra le altre cose, per aver coniato il fortunato termine “post-moderno” per definire l’epoca attuale.

Nell’intervista “Il post moderno e la nozione di ” (Parigi, Istituto Italiano di Cultura, lunedì 9 maggio 1994) Lyotard asserì:

“Il termine designa uno sviluppo tecnologico e scientifico che ha delle ricadute immediate sulla vita quotidiana e sulla politica. La questione decisiva, per me, é questa: per quanto riguarda la scrittura, la pittura, il buon cinema – insomma gli oggetti della nostra creatività – si può dire che è il sistema che li produce? Le automobili si vede bene che le produce il “sistema”, che ci sono uomini che si mettono al servizio della produttività, in modo da conseguire una perfezione sempre maggiore. La stessa cosa si può dire per i missili interstellari o per gli aereoplani. Ma quando si scrive, quando si dipinge, quando si fa musica: si può dire che è il sistema a produrre tutto ciò? C’è una azione del sistema, sia pure inconsapevole e invisibile? “

fonte: http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=256

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Jean Francois Lyotard (1925-1998), filosofo francese celebre nell’ambiente filosofico mondiale per aver esposto, in un suo studio (La condizione postmoderna, 1979) le linee guida dell’epoca attuale. L’epoca attuale, che Lyotard chiama post-moderna, è caratterizzata dal venire meno della pretesa propria dell’epoca moderna di fondare un unico senso del mondo partendo da principi metafisici, ideologici o religiosi e dalla conseguente apertura verso la precarietà di ogni senso.

fonte: http://www.forma-mentis.net/Filosofia/Lyotard.htm

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La crisi dei linguaggi rappresentazionali esprime – nel freddo linguaggio della scienza – una caratteristica fondamentale del moderno: la rottura del “patto mimetico” tra cose e parole. Come dice George Steiner, citando Mallarmé, la parola fiore non ha né stelo né foglia né spina. Non è né rossa né gialla. Non emana nessun profumo. E’ un segno vuoto. Una marca fonetica totalmente arbitraria (Steiner 1992, p. 97). A partire da questa rottura, compiutasi in Europa tra il 1870 e il 1930, la scrittura diventa la danza infinita dei significanti attorno all’arca vuota del significato. La vita stessa rischia di diventare gioco di gesti e di parole, dietro cui ci nascondiamo, per non esporre la nostra verità. O il nostro mistero.

fonte: http://www.fucine.com/print.php?url=archivio/fm14/qualizza.htm&id=239

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Nietzsche, Marx e Freud da un lato, le avanguardie artistiche di fine ottocento – primo novecento dall’altro, hanno dato l’avvio ad una rivoluzione di quella visione del mondo razionalistica che iniziata nella grecità, così a lungo aveva distolto l’interesse per quanto vi é di irrazionale, specifico, soggettivo.
In campo scientifico invece fu nel 1927 che il principio di indeterminazione di Heisenberg mise per la prima volta in dubbio la visione oggettiva del mondo fisico. Georg Steiner definisce questo processo:

“la rottura del patto mimetico tra rappresentazione e realtà”.

E’ con questo processo che cominciano a essere messi in discussione tutti i linguaggi. In campo artistico, Cézanne disse, con una frase apparentemente semplice, che non cercava di riprodurre la natura, la rappresentava. Ma quella parola “rappresentazione” condensava un enorme insieme di concetti e sentimenti. (S. Arieti, Creatività, la sintesi magica) Dopo un lungo periodo di “realismo” si apriva la strada alla soggettività.
Da questo momento in poi il mondo é diventato visione del mondo. Ne consegue che non vi é più nulla che garantisca la corrispondenza tra un segno, un significante, una rappresentazione e la realtà. I linguaggi, perso qualsiasi fondamento, vengono investiti da una responsabilità nuova. Il fatto che qualsiasi cosa possa essere detta, significa che ogni linguaggio, a qualsiasi livello operi, deve costantemente verificare la sua tenuta. (Franco Rella)

fonte: http://www.ombra.net/artit/certa/carsent.htm

Ugo Vittore Bartolini

Ugo Vittore Bartolini nacque a Firenze nel 1906.
Nel 1924 iniziò gli studi alla Scuola Professionale delle Arti Decorative di Santa Croce.
Il pittore Aldo Carpi e lo scultore Libero Andreotti furono tra i suoi più importanti maestri.
Arrivò a Milano nel 1934 avendo ottenuto, per concorso, la nomina per la Cattedra di Figura disegnata del Liceo Artistico dell’Accademia di Brera.
La sua opera lo inserì nella cosiddetta Generazione di Maestri di luce.
Nel 1958 conseguì la Medaglia d’oro al I Premio della Famiglia Artistica!
Si spense a Milano l’11 febbraio del 1975.

La tavolozza ripulita

“O perché non te la scrivi da te la presentazione?” – rispose un amico pittore al quale Bartolini aveva chiesto il solito favore di due righe — “Eppure tu sei toscano; lo saprai bene quello che devi dire.”
Invece l’artista si sentì subito sgomento: “Come si fa a dire tutto quello che si pensa del proprio lavoro? Si rischia di presunzione. D’altra parte, cosa si può dire di nuovo sulla pittura? …
Per cercare di essere più compreso, ripeterò che l’emozione da me provata alla vista di figure e motivi della natura, mi ha spinto con vero entusiasmo a ritrarli. E aiutato da quelle cognizioni indispensabili, conquistate, piano piano con fatica, durante molti anni di lavoro, ho cercato di realizzare nel miglior modo possibile le sensazioni che l’emozione mi ha procurato. Perché il difficile, a mio avviso, sta tutto qui… In tempi così pieni di tanti modi di dipingere, e quindi di pensare e chiacchierare, sembrerebbe assai arduo l’orientarsi… Ma ciò sarà possibile, se il pittore non si lascerà sedurre dalle troppe, seppur affascinanti idee in circolazione o da uno dei tanti manierismi di seconda mano. Oh Dio, tutto può essere utile purché si sappia distinguere, bene, le autentiche lezioni da quelle grame. Ma oggi, io penso, la lezione migliore si avrà, solo, ascoltando profondamente se stessi.”

Con la nomina per la Cattedra di Figura a Brera, in quell’ambiente di pittori che sono rimasti lungamente fedeli al vero, aveva trovato il suo porto sicuro.

Il mito della macchina

Il mito della macchina, l’auspicato combinarsi dell’organico con l’inorganico, l’animale metallico che ne deriva, delineano modi di vita e forme di pensiero del tutto originali, ponendosi anche come la base di quel metodo creativo, sorretto dal rilievo accordato all’analogia, che attraversa l’intera esperienta futurista. Ancora Marinetti scrive nel suo Lo Splendore Geometrico e Meccanico:
“(…omissis) dal caos delle nuove sensibilità contraddittorie nasce una nuova bellezza che, noi Futuristi, sostituirerno alla prima e che io chiamo splendore geometrico”.
E nel ‘25, nella introduzione all’antologia su I nuovi poeti futuristi, l’autore di A mon Pégase scrive:
“La macchina sintesi dei maggiori sforzi cerebrali dell’umanità. La macchina, equivalente meccanico organico del globo terracqueo. La macchina nuovo corpo vivo quasi umano che moltiplica il nostro. La macchina prodotto e conseguenza che produce a sua volta infinite conseguenze e modificazioni nella sensibilità, nello spirito, nella viIa”.

Precarietà e instabilità contraddistinguono così soggetti mutevoli, con sentimenti emotivi in continua evoluzione: lo scenario della loro vita è quel tessuto urbano (si pensi alla Milano “elettrica” e notturna di Fondazione e Manifesto del futurismo, del 1909) in cui esplode la contraddizione tra la velocità artificiale dell’innovazione e il “passo” lento dell’animale-uomo: l’impatto dell’uomo con la macchina deve essere pienamente accettato e favorito in quanto proprio esso permette, nei suoi esiti, di riprendere ancora il “passo” svelto della civiltà tecnologica. Il gusto futurista per la composizione uomo-macchina come procedimento utile al fine di un superamento di tutto ciò che è lento, sonnacchioso, vile, paralizzante, mummificato, non indica, nella sostituzione dell’animale-uomo con l’uomo-macchina, una cancellazione della vitalità specifica dell’essere umano, poiché volontà e desiderio si proiettano nella macchina, nel suo dispositivo di funzionamento.

Marinetti scrive: “(…) noi svìluppiamo e preconizziamo una grande idea nuova che circola nella vita contemporanea: l’idea della bellezza meccanica; ed esaltiamo quindi l’amore per la macchina, quell’amore che vedemmo fiammeggiare sulle guance dci meccanici, aduste e imbrattate di carbone. Non avete mai osservato un macchinista quando lava amorevolmente il gran corpo possente della sua locomotiva? Sono le tenerezze minuziose e sapienti di un amante che accarezzi la sua donna adorata. (…)

fonte: Principio metamorfosi: verso un’antropologia dell’artificiale – Di Ubaldo Fadini – pag 37 – Mimesis Edizioni, 1999

Dinamismo antropologico futurista

Nonostante l’ambiguità di fondo del futurismo, dovuta essenzialmente alla incapacità del suo fondatore sia di operare una distinzione tra il moto progressivo indotto dalla rivoluzione tecnologica e le modalità con cui questa rivoluzione si attua e sia di leggere e di interpretare, attraverso un’analisi rigorosa ed oggettiva, i processi che investono la società italiana, il suo maggiore merito consiste senza dubbio nell’aver intuito le modificazioni che l’evoluzione tecnologica avvia, sul piano antropologico, dell’ampliamento delle capacità sensoriali ed operative dell’uomo, e, sul piano artistico, della applicazione del medesimo dinamismo antropologico quale principio primo dell’estetica. In questo contesto l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerarietà, il passo di corsa, la lotta, le stazioni ingorde, divoratrici dì serpi che fumano, le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi, le folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa, «le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi» mentre nella realtà sono le metafore dei movimenti aggressivi e degli atti attraverso cui l’individuo si avvicina illusoriamente alla sognata e desiderata felicità, sulla scia dell’euforia generata dal percorrere distanze sempre maggiori nel mìnor tempo possibile, nella letteratura si profilano come gli strumenti che dovrebbero portare alla creazione di un nuovo linguaggio e di una nuova poetica, se non alla formazione di una vera e propria estetica della velocità.
Essi si rivelano perciò quali forme inedite di quel sublime dinamico intrinseco nella macchina, che non può, senza il sentire, esprimere l’essenza dell’arte; il «bel mostro poderoso» resta essenzialmente lo spettacolo in cui cogliere ed illustrare la vita moderna nell’abisso del sociale, la cui «forza bruta e gigantesca» è la medesima espressione estetica della macchina, nel contempo oggetto d’uso ed oggetto artistico, che nei suoi aspetti materiali produce e celebra la bellezza quale è sperimentata dall’uomo ebbro di velocità.
Questa poetica industriale, ponendo la realtà estetica nel principio di funzionalilà, inteso come base unica dell’ars futurista, trova in definitiva la ragione del bello esclusivamente nelle necessità fisiche e nelle finalità pratiche del mondo capitalistico, tanto che queste ultime, determinando il modello simbolico della velocità, ne costituiscono lo stesso codice estetico.

fonte: Poesia e rivoluzione: simbolismo, crepuscolarismo, futurismo – di Rita Fantasia, Gennaro Tallini – pag. 166

Conferenze sulla Scapigliatura

Ricordando che la mostra “La Scapigliatura e Angelo Sommaruga. Dalla bohème milanese alla Roma bizantina” in corso presso gli spazi della Fondazione in via Senato 14 a Milano, è una sezione di quella più ampia dedicata alla Scapigliatura presso Palazzo Reale. con piacere Vi segnaliamo le iniziative collegate:

Comune di Milano| Cultura
Palazzo Reale
Artematica

hanno il piacere di informarVi della conferenza

La Scapigliatura: un grande movimento artistico e culturale nella Milano postunitaria.
Perché prima che fenomeno artistico la Scapigliatura ha battesimo letterario

che si terrà giovedì 17 settembre alle ore 18
presso la sala conferenze al piano terra di Palazzo Reale, Milano.

L’incontro sarà tenuto dal prof. Giuseppe Farinelli, ordinario di letteratura italiana contemporanea, Università Cattolica, Milano

Ingresso libero

e della conferenza

La Trinità dei nani giganti: Cremona, Ranzoni e Grandi
L’influenza della pittura sulla scultura con i tre maggiori protagonisti della prima scapigliatura, il rapporto tra le idee di Rovani e l’estetica scapigliata.

che si terrà giovedì 24 settembre alle ore 18
presso Fnac, Corso Torino (via della Palla 2) – Milano. Forum al I°piano.

Incontro con la prof.ssa Annie- Paule Quinsac, curatrice dell’esposizione

Ingresso libero

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