Conferenze sulla Scapigliatura

Ricordando che la mostra “La Scapigliatura e Angelo Sommaruga. Dalla bohème milanese alla Roma bizantina” in corso presso gli spazi della Fondazione in via Senato 14 a Milano, è una sezione di quella più ampia dedicata alla Scapigliatura presso Palazzo Reale. con piacere Vi segnaliamo le iniziative collegate:

Comune di Milano| Cultura
Palazzo Reale
Artematica

hanno il piacere di informarVi della conferenza

La Scapigliatura: un grande movimento artistico e culturale nella Milano postunitaria.
Perché prima che fenomeno artistico la Scapigliatura ha battesimo letterario

che si terrà giovedì 17 settembre alle ore 18
presso la sala conferenze al piano terra di Palazzo Reale, Milano.

L’incontro sarà tenuto dal prof. Giuseppe Farinelli, ordinario di letteratura italiana contemporanea, Università Cattolica, Milano

Ingresso libero

e della conferenza

La Trinità dei nani giganti: Cremona, Ranzoni e Grandi
L’influenza della pittura sulla scultura con i tre maggiori protagonisti della prima scapigliatura, il rapporto tra le idee di Rovani e l’estetica scapigliata.

che si terrà giovedì 24 settembre alle ore 18
presso Fnac, Corso Torino (via della Palla 2) – Milano. Forum al I°piano.

Incontro con la prof.ssa Annie- Paule Quinsac, curatrice dell’esposizione

Ingresso libero

Distruggeresti tutte le Opere d’Arte?

Caldamente cullato da un leggero vento proveniente da est, lasciandomi dondolare dal mare, immerso nella lettura di un buon libro sulla barca a vela di amici… a Porquerolles, perla naturale della Costa Azzurra, opera d’arte dell’Uomo che ha saputo collaborare con la Natura e ri-generare un paradiso altrimenti perduto.
Il libro in questione appartiene alla collana: International Lectures on Nature and Human Ecology, Aboca Edizioni e l’autore è Stephan Harding. Harding insegna Ecologia profonda presso lo Schumacher College, a Darlington Hall, in Inghilterra, dove è coordinatore del MSc in Scienza Olistica. Ha ottenuto il Dottorato in Ecologia presso l’Università di Oxford ed ha avuto la “fortuna” di lavorare in stretta collaborazione con James Lovelock, ideatore della Teoria di Gaia.
Il libro in questione è “Terra Vivente”.
Ecco cosa riporta a pag. 272, volgendo al termine delle brillanti descrizioni chimico, filosofico, scientifiche che in forma narrativamente affascinante mi hanno accompagnato nella conoscenza della Teoria di Gaia.

Se amate l’arte, immaginate come vi sentireste se un giorno vi svegliaste, accendeste la radio e sentiste che tutti i grandi capolavori nelle grandi gallerie del mondo sono stati simultaneamente sfregiati e bruciati da una banda internazionale di fanatici impazziti, senza una ragione particolare.
Tutti i Monet, i Renoir, i Caravaggio, i Da Vinci, i Rembrandt, spariti, senza poterne rivedere le vibranti tele originali. Provereste ira, perdita, tristezza, e disgusto, e non accogliereste con gentilezza un benintenzionato razionalista che vi dicesse che in fondo non ha davvero importanza perché ci saranno nel futuro molti grandi artisti che creeranno nuove splendide opere d’arte.
Forse siamo in grado di accettare questa argomentazione su base teorica, ma la nostra intuizione e il nostro sentimento ci dice che, da qualche parte nell’intimo e nel cuore, ogni capolavoro è degno di rispetto solo perché esiste, e che la sua distruzione è un crimine atroce.
Similmente, quando siamo fuori nella natura e vediamo il mondo “non-umano” intorno a noi in tutta la sua bellezza, intuiamo che ogni specie biologica è un capolavoro unico degno di meraviglia e rispetto come qualunque opera di un genio artistico umano.
Tutto considerato, le stesse grandi forze creative dell’universo hanno reso simili gli artisti umani e le specie non umane. Quando ci troviamo nel luogo dello stupore e della meraviglia, sappiamo con incrollabile certezza intima che la distruzione della biodiversità è un crimine.

Un crimine al pari della distruzione di un’opera d’arte di Monet o di Boccioni.
Concordate?
A proposito… qui a Porquerolles (da dove sto annotando e pubblicando questi brevi pensieri) in questi giorni il tempo è una favola… in piena biodiversità!

Vieni e goditi le immagini di Porquerolles, Costa Azzurra...

Vieni e goditi le immagini di Porquerolles, Costa Azzurra...

Antonio Gramsci e Marinetti

Un presupposto: la modernolatria

In un articolo su “Ordine nuovo” del 5 gennaio 1921 (Marinetti rivoluzionario?), Antonio Gramsci scriveva come “il campo della lotta per la creazione di una nuova civiltà” si caratterizzasse per la sua imprevedibilità, dovuta all’asprezza del confronto con “la presente forma della civiltà”, che va “distrutta”:
“In questo campo distruggere non ha lo stesso significato che nel campo economico: distruggere non significa privare l’umanità di prodotti materiali necessari alla sua sussistenza ed al suo sviluppo; significa distruggere gerarchie spirituali, pregiudizi. idoli, tradizioni irrigidite, significa non aver paura delle novità e delle audacie (…). I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella forza delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria”.
Gramsci sottolinea così il rapporto vitale dei futuristi con il tempo/spazio della modernità, con lo specifico della turbinosa, turbolenta e precaria città industriale.

Ritratto raffigurante Antonio Gramsci

Ritratto raffigurante Antonio Gramsci


fonte: Principio metamorfosi: verso un’antropologia dell’artificiale – Di Ubaldo Fadini – pag. 32 – Mimesis Edizioni, 1999

Sull’unità delle arti

Nel quadro alquanto generico di una concezione dell’arte come detentrice e apportatrice del “sommo beneficio della Bellezza rivelata”, vi si viene infatti precisando un’idea di poesia certamente debitrice delle fedi tardo-ottocentesche nell’“unità delle arti”: se “la musica non ha da esser chiamata altro che sorella della pittura”, e se “la [...] pittura non è soltanto una poesia muta ma è anche una musica muta”, analogamente poesia e pittura diventano “musica visibile” per intuitive rispondenze fra colori, parole e suoni; perché tutto ciò si traduca in opera, tuttavia, è necessaria nell’autore una tensione spirituale rivolta alla “gioia” e al “piacere” (“il piacere è il più certo mezzo di conoscimento offertoci dalla Natura e [...] colui il quale molto ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha gioito”).

fonte: Storia della narrativa italiana del Novecento, Volume 1
di Giovanna De Angelis, Stefano Giovanardi – pag. 44 – Universale Economica Feltrinelli

Evaristo Stefini organizzò l’Esposizione Internazionale del Sempione…

Evaristo Stefini, nato a Iseo (Brescia) nel 1868, ingegnere elettrotecnico, organizzò l’Esposizione Internazionale del Sempione a Milano nel 1906, della quale manifestazione fu segretario generale. Consigliere della società industriale Mannesmann e della fabbrica lombarda di cementi, rappresentò la moderna presenza cattolica nel mondo dell’alta finanza italiana. Consigliere comunale a Bergamo e membro di varie istituzioni locali, si candidò coi democratici-liberali a Bergamo alle elezioni del 1913, e invece, sempre a Bergamo, nel 1919 tra i popolari, primo non eletto e succeduto nel novembre 1920 al defunto Cameroni, deputato vincitore di quella consultazione. Dirigente tecnico delle aziende tramviarie milanesi e sindaco revisore della Banca commerciale italiana, fu consigliere amministrativo di numerose società industriali lombarde e consigliere provinciale a Brescia e a Bergamo.

Fonte: Lettere e documenti inediti, Volume 1 – di Francesco Luigi Ferrari, a cura di Giuseppe Rossini – Edizioni di Storia e Letteratura

Il progetto del Quartiere Industriale Nord Milano dell’ingegnere Evaristo Stefini avviò l’urbanizzazione di una larga fascia di territorio estesa dal viale di circonvallazione esterna del Piano Beruto fino alla strada che collegava Bresso con Monza

...l’urbanizzazione di una larga fascia

...l’urbanizzazione di una larga fascia


fonte: Paesaggio produttivo: quale ruolo nella città futura – Di Francesca Bonfante – in Argomenti di Architettura: Architettura e Città N°2 – Di Baio Editore

Immagini dell’Esposizione Internazionale del Sempione del 1906

In queste brevi note abbiamo più volte citato l’Esposizione Internazionale del Sempione del 1906.
In rete c’è un sito che con passione ed intelligenza ha raccolto, e continua a farlo, materiale sull’argomento.
Le immagini sotto riportate ne sono un esempio.

Esposizione Internazionale del Sempione - 1906

Esposizione Internazionale del Sempione - 1906


Esposizione Internazionale del Sempione - 1906

Esposizione Internazionale del Sempione - 1906

Trovi altre fotografie come questa su MI1906

La Braida, cuore artistico di Milano

Quella che segue è, a mio personalissimo avviso, una delle più belle descrizioni della Braida di Milano che mi sia capitato di leggere.
Ero ancora studente liceale quando il nostro docente di letteratura ci suggerì questa lettura: cruda, come la vita. Entusiasmante? Sicuramente interessante. Il docente, per correttezza, era sacerdote salesiano ed esperto bibliotecario…

Tutto sommato io darei ragione all’Adelung, perché se partiamo da un alto-tedesco Breite il passaggio a Braida è facile, e anche il resto: il dittongo che si contrae in una e apertissima, e poi la rotacizzazione della dentale intervocalica, che oggi grazie al cielo non è più un mistero per nessuno. La si ritrova, per esempio, nei dialetti del Middie West americano, e infatti quel soldato di aviazione che conobbi a Manduria mi diceva “haspero” mostrandomi il ditone della mano destra ingessato, e io non capivo; ma poi non c’è nemmeno bisogno di scomodarsi a traversare l’Oceano, perché non diceva forse “Maronna mia” quell’altro soldato, certo Merola della compagnia comando, che era nato appunto a Nocera Inferiore?

Le altre ipotesi, che cioè all’origine ci sia un basso latino Braida, o un latino classico Praedium, hanno per me interesse minore, e in quanto al significato concordano tutte, comunque.
Campus vel ager suburbanus in Gallia Cisalpina. Insomma uno slargo, uno spiazzo vicino all’abitato, un pezzo di verde intra moenia, dove si tenevano le fiere di bestiame e magari ci bazzicavano le prostitute, a notte. Ora, siccome accanto allo spiazzo nostro c’erano le case di un tal Adalgiso Guercio, la gente continuava a dire la Braida del Guercio.

Storto d’occhi ma dritto d’animo, il pio Adalgiso fece dono delle sue case all’ordine degli Umiliati, del quale per la verità so poco: so che in quelle case del Guercio misero la loro prepositura, che poco dopo l’ordine si estinse, e che la Braida passò automaticamente al cardinale arcivescovo monsignor Chiesa.
Più tardi un sant’uomo, Carlo Borromeo, destinò là dentro i compagni di Gesù, che vi tennero la loro casa insegnante.
Ma intanto la vecchia Braida del Guercio, che nessuno ormai chiamava più così, era diventata un palazzo, e più precisamente un’ala del palazzo odierno, quella che guarda sulla via Adelantemi. Guarda per modo di dire, perché le finestre sono sbarrate, e le mura massicce di un rosso ferrigno, con un’aria complessiva di fortilizio.
Come tutti sanno, nel 1773 i compagni di Gesù si scompagnarono e così quelli della Braida smisero di insegnare, e proprio allora la cattolicissima imperatrice Maria Teresa, saggiamente consigliata dal principe Kautnitz, riunì là dentro il lascito librario del munifico conte Pertusati, la vecchia biblioteca dell’ordine, altre raccolte minori, e aprì alla cittadinanza colta una nuova e doviziosa fonte del sapere.

[...omissis]

I gradini erano larghi e comodi, tagliati per piedi cardinalizi. Ora, tante cose io invidio ai cardinali, ma più di tutto le scarpe, che sono agili di fiosso, morbide di spunterbo e larghe, sì che le dita ci stanno ben distese e slargate nelle calze di seta rossa, senza duroni, né lupinelli, né accavallamenti del terzo sul secondo dito, né unghie incarnite come succede a noialtri laici, funestati dalle punte strette e tigliose delle scarpe che fabbricano in serie non sulla forma del piede, ma sulla Fussgestalt, certi calzolari hegeliani.
A scendere quello scalone capivi di aver sbagliato chissà quante scelte importanti, in vita tua; nemmeno il passo era giusto, inadeguato per via dei calzoni che dismagano l’onestà dell’incedere.
Erano scalini da scendere in tonaca, con piede posato e solenne e comodo.

Alla svolta della prima rampa una vaschetta di bronzo appesa al muro avvertiva gli entranti di spegnere il sigaro, ed anche quella scritta mi intimoriva, mentre accendevo la nazionale e posavo con cura là dentro il cerino.

C’era da percorrere un passaggio a volte altissime, in penombra, fiancheggiato da tante statue, calchi o copie cioè di nudi classici, mutili nel sesso quelli maschili, non so se per ira dei compagni di Gesù o se per beffa dei ragazzi che, lì accanto, frequentavano le belle arti.

La luce ti coglieva giù in fondo, dove il passaggio buio sbocca nel cortile.
C’è subito una fontanella col mascherone che tiene in bocca un tubo ricurvo in giù: tu premi un bottone lì accosto e attingi col ramaiolo di ferro stagnato. Mi fermavo sempre a bere, prima di dare un’occhiata all’intorno, sul cortile quadrato pieno di archi, di colonne e di statue. Principalmente erano busti, ma ai personaggi più importanti era toccata la statua intera, a grandezza naturale e forse di più, tutti in piedi con la gamba sinistra piegata in avanti; e siccome le statue erano messe proprio a filo con le arcate, mentre il resto della figura s’era coperto di fuliggine e di sudiciume, un ginocchio, appunto il sinistro, restava bianco
e nitido grazie al continuo dilavamento delle acque piovane. I personaggi di pietra stavano lì fermi a lavarsi il ginocchio, e per occupare le mani tenevano, secondo il mestier loro, chi un torno, chi un cartiglio, chi una sfera, guardandola fissamente, come fa l’indovina col globo di vetro.
Al centro del cortile sorgeva la statua bronzea di Napoleone, nudo, con le natiche tonde, atticciato e forse anche un po’ pingue (ma sempre in vantaggio sulla verità fisica di quel securo), ambedue le mani occupate, la destra da una vittoria alata, ritta in punta di piedi sopra una sfera, la sinistra su una pertica, forse un’asta di bandiera, forse una lancia spuntata, io non so bene.

Era grande il palazzone della biblioteca, già casa insegnante dei compagni di Gesù, e prima ancora prepositura degli Umiliati e alle origini Braida del Guercio.

Io ho parlato diffusamente della biblioteca perché lì mi conducevano sovente, vincendo rimorsi e angustie, i miei scrupoli di giovane erudito, ma ci sarebbe da dire anche, potendo, della pinacoteca, dove si conserva un famosissimo Cristo, grosso e grigio, coi piedoni avanti, e morto, morto senza speranza di resurrezione. O dèll’osservatorio astronomico, con la sfera della specola su in cima, che dà la temperatura e le previsioni del tempo per domani; o dell’orto botanico, che non ho purtroppo mai visto, ricco di piante rare, anche tropicali, capaci di crescere nonostante il freddo e l’umido, grazie a chissà quale miracolosa combinazione di muri e di giri d’aria inspiegabilmente calda soltanto lì.

Basti pensare che nella baracchetta per le zappe e le vanghe e le cesoie del giardiniere aveva trovato alloggio – una branda e un tavolo – Gaetano il pittore di Napoli. Una baracca di tavole, piena di fessure, battuta dagli spifferi, eppure Gaetano si serbava vegeto e rosso in viso come quando era venuto su dal suo paese. E c’era infine la scuola delle belle arti, con le sue aule che davano sul cortile: ornato, figura, geometrico, era inciso sopra l’uscio, e verso mezzogiorno sciamavano gli alunni, lunghi, capelluti dinoccolati, e le ragazze col mongomeri verde o rosso, una gran cartella sotto il braccio e la chioma legata a coda di cavallo sulla nuca.

Le vedevi sostare accanto a una colonna, indugiare sul portale, tante macchie di colore con sullo sfondo l’abside della vecchia chiesa, ferrigno e verde di rampicanti, dall’altra parte della strada. Quella si chiama la chiesa di San Fruttuoso, sconsacrata da chissà quanto, e buona nemmeno più per l’archivio di stato, che prima c’era, ma adesso ha sloggiato non so dove. La navata è ingombra ormai di legname sfasciato e imporrito, e del vecchio archivio resta appena una fila di colombai.
I muri si scrostano, i pochi graffiti pigliano la muffa, ma l’abside sta in piedi; l’hanno serbata perché faccia da quinta, giù in fondo, fra i due parallelepipedi di vetro e cemento lustrato d’un palazzo nuovo, pieno di gente che da mattina a sera fattura la produzione metalmeccanica.

Anche da lì dopo mezzogiorno usciva un fiume di persone, ma erano diverse: tetri e aggobbiti gli uomini, ritte e secche le donne, la testa alta, la faccia immobile, tranne un ritmico vibrar delle gote, per il contraccolpo dei passi rigidi sui tacchi a spillo. Tutti sembravano voler fuggire da queste strade a loro estranee, e infatti filavano via senza un’occhiata attorno, né al palazzone di cotto, né alle ragazze in mongomeri colorato, né ai gruppi di capelluti che sostavano poco oltre, dinanzi ai due caffè: il caffè della Braida e il caffè delle Antille.

La vita agra

La vita agra


fonte: La vita agra – Luciano Bianciardi – Edizioni Rizzoli

Gianfranco Campestrini

Elvio Mich non solo cura Mostre d’arte con passione e competenza, ma ha anche il dono di scrivere in modo accattivante e leggero. Sua è la biografia di Gianfranco Campestrini da cui ho tratto spunto per questo piccolo appunto.
Campestrini è nato a Milano il 15 febbraio 1901, terzogenito di Emma Toller e di Alcide Davide Campestrini. La cultura è di casa in questa famiglia di origini trentine: la madre poetessa ed il padre noto pittore allievo di Raffaele Casnedi, Francesco e Ambrogio Borghi, ed in particolare di Giuseppe Bertini. Il padre a solo 24 anni era già professore della Regia Scuola d’arte applicata all’industria del Castello Sforzesco di Milano.
Gianfranco non poteva non amare l’arte. All’Accademia di Brera il suo “principale maestro” fu proprio il padre. Fu inoltre allievo di Cesare Tallone, Ambrogio Alciati e di Vespasiano Bignami. Ottenuto il diploma di pittura e l’abilitazione all’insegnamento, fin dal 1927 iniziò a svolgere l’attività di docente di figura presso l’Accademia e nel Liceo Artistico parificato delle Orsoline. Bisogna tuttavia ricordare che la sua carriera professionale inizia ancora prima, nel 1920, quando collaborò con il padre e con il fratello Ernesto, anch’esso divenne un noto pittore, alla decorazione ad affresco del soffitto del Teatro Sociale di Trento.
Gianfranco Campestrini appartiene alla categoria dei pittori fedeli alla tradizione figurativa tipica del periodo ed assimilata nel corso dei propri studi accademici. Ebbe la passione di coltivarla nel corso di una lunga e fortunata carriera artistica.
Nonostante fosse stato allievo di Bignami rimase lontano dai clamori delle avanguardie. Lui stesso amava definirsi “pittore figurista che si dedica in particolar modo al soggetto montanaro, a quello religioso ed altri temi paesaggistici”.
Nato, come abbiamo già detto, nella metropoli lombarda da genitori trentini di convinti sentimenti irredentisti, Gianfranco ritrova le proprie radici e la fonte di ispirazione nella terra dei padri. Ne sono testimonianza i soggetti registrati nelle principali personali allestite a Milano, che raffigurano motivi della montagna trentina e di altri ambienti alpini, dalle Dolomiti di Brenta all’Alta Savoia.
Nel 1926 esporrà alla 53esima Intima della Famiglia Artistica presentando l’opera “Sete”.

Gianfranco Campestrini: particolare del quadro IL MIO STUDIO

Gianfranco Campestrini: particolare del quadro IL MIO STUDIO


Gianfranco Campestrini è stato membro dell’Ordine del Cardo, dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, dell’Accademia di Paestum, della Haute Académie Latine Internationale di Parigi, della Columbia Academy di Saint Louis (USA), e Cavaliere di Sant’Agata, della Repubblica di San Marino.
Muore a Milano l’11 giugno 1979.

Il pittore ha, come il poeta, l’occhio strabico…

Anche il pittore ha, come il poeta, l’occhio strabico: vede, rilevate e ben distinte, quelle tracce, quei segni che definiscono le cose — i visi per esempio, o gli alberi o le figure geometriche — in un modo così peculiare a ciascuna da far sì che la pittura sia non la copia ma l’originale della realtà. Perché è indubbio, in barba a tutto l’idealismo gnoseologico, che il pittore dipinge ciò che vede; non inventa nulla, non elabora né modifica.
Vede e basta.
Per questo è così preciso, e ciò che lo distingue dal decoratore è la decisione del segno. Così come lo scultore — si dice dagli esperti, ma noi che non ci vediamo nulla non possiamo che credere loro per fede — fa emergere dalla pietra la figura che vi è contenuta e che preme per uscire, così il pittore isola semplicemente l’apparenza di ogni realtà e la fissa con i materiali e gli strumenti di cui dispone, strappandola al fluire distruttore del tempo. Cosicché l’apparenza non è più la sembianza fuggevole e caduca di ogni cosa sottoposta alle leggi della fisica e della biologia, ma assume le vesti definitive della presenza (le Nature morte sono, ad esempio, quegli esseri viventi, salvo l’uomo, strappati alla morte). S’è detto salvo l’uomo poiché per lui è richiesta un’operazione più complessa e difficile.
La proibizione di certe religioni, il timore di certe culture indica esattamente la potenza della rappresentazione: il pittore, o quella sua moderna versione che è il fotografo, ruba l’anima, la requisisce in una reduplicazione che, se è priva di movimento e di attività autonoma, è però dotata di connotati reali nuovissimi, parla direttamente, senza veli e senza remore, dice con una forza tale, e universalmente, ciò che il suo modello (se così lo si può chiamare) balbetta semplicemente e a volte goffamente.
Chissà se Federico da Montefeltro aveva davvero, e sempre, la grinta, cioè la potenza espressiva che gli ha attribuito definitivamente Piero della Francesca?
E pensiamo alla pittura religiosa: qui il meccanismo, o il procedimento, creativo è ancora più complesso, si potrebbe anche dire più complicato: è una sorta di carambola grazie a cui il pittore, guardando una persona che gli fa da modello rappresenta i tratti virtuosi della Madonna o di Santi che egli vede nell’interiorità della sua fede o comunque della sua convinzione immaginifica.
Il rimando delle immagini produce una realtà così indiscutibile che addirittura può diventare oggetto di venerazione.

Il pittore, si dice, lavora con le forme e con i colori: ma in generale si crede che egli mescoli semplicemente tutto questo e dia luogo a qualcosa di nuovo, di imprevisto, di inventato. In realtà egli fa emergere la meraviglia di ogni cosa, provocando lo stupore di chi finalmente la scopre; ma i colori e le forme sono soltanto gli strumenti e non la sostanza della pittura.
Questa è in realtà l’anima delle cose, quel principio vitale grazie a cui ciascuna è quello che è; anche degli avvenimenti egli mostra l’essenziale (ecco i cicli pittorici, le Storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, le Battaglie e le attività costruttive del Buon Governo).

Se la pittura astratta sembra sfuggire a questa regola, cioè a questa funzione, è perché chi la guarda non si convince che i suoi segni esprimano la struttura di una realtà che in effetti egli non vede. Essa è la denunzia della nostra miopia, cioè di una ignoranza visiva che in questo caso tocca i limiti della cecità.
Poiché la struttura della realtà è astratta, cioè universale e infatti per conoscerla il pensiero deve estrarla in quella forma; soltanto così l’osservatore può confrontare, collegare e cogliere, grazie alla relazione il significato di ogni cosa. Per questo Leonardo attribuiva alla pittura i connotati della filosofia, il compito della conoscenza che soltanto il rapporto dinamico dell’occhio e della mano può eseguire.
Questa è anche la ragione per la quale una pittura è detta l’originale, poiché essa è già una ri-produzione definitiva e non sopporta ulteriori riproduzioni se non con lo scarto del deterioramento che ogni copia, per il suo margine di falsificazione, porta con sé. Solo in quella pittura che è eseguita con mezzi tecnici, come la fotografia, o la litografia, o l’incisione, per le quali l’originale non è altro che la prima copia di una possibile serie di riproduzioni tutte uguali, tanto che nessuna di esse è la riproduzione di un’altra ma un vero e proprio pezzo dotato di una propria unicità, o identità, il rapporto tra creazione e riproduzione non è sottoposto alla legge del deterioramento qualitativo.
La pittura compie dunque un’opera di qualificazione, poiché l’anima che essa fa emergere dalla realtà è anche la sua qualità.
La sua funzione sociale è specificatamente educativa, essa attrezza l’occhio, e per esso la mente (o viceversa) a vedere ciò che sfugge allo sguardo disattrezzato, cioè alla mente disattenta.

Il lavoro della mano che riproduce, cioè ricostruisce, ciò che l’occhio vede è, come scrive Leonardo, un’operazione conoscitiva nell’atto stesso in cui costruisce un oggetto: l’immagine dipinta è ad un tempo un’interpretazione della realtà e la creazione di un’altra realtà, del tutto originale.
Il rapporto dinamico tra le due realtà, mediato dall’attività pittorica, dà come risultato un simbolo, cioè un’immagine che ha una doppia concretezza, contiene un rimando ad un fatto e ad un significato, situando la pittura ad un livello intermedio, ambiguo.
Per essa il concetto di realtà si complica, non è più riducibile né a natura né ad artifizio; la pittura è una invenzione quanto una rappresentazione, evidenzia una tensione di rimando che nella realtà naturale e nelle altre opere dell’uomo rimane inclusa e sempre da scoprire. Questa formidabile ambivalenza della pittura le permette di arredare il mondo trasformandone l’aspetto.

Uno sguardo abituato alla pittura vede le forme e i colori della realtà filtrandoli attraverso lo spettro, o la selezione, dei colori e la scelta o ricostruzione delle forme, compiuti dal pittore, inducendo oltretutto un’ulteriore inquietante questione sull’origine del mondo: a chi attribuire l’opera di mondanizzazione?
Quando si dice di Giotto che ha un pennello divino, ci si riferisce forse ad un Dio pittore, la cui creazione è appunto sospesa tra la fattualità e la significazione, l’invenzione pura e la deduzione infinita dei significati mediante i segni? La storia della pittura non è solo l’insieme degli avvenimenti pittorici, ma lo svolgimento della creazione di questo terzo mondo, è il racconto della seconda settimana della creazione. Per questo il pittore, come del resto il poeta, è alquanto fuori dal mondo, spesso incapace di procurarsi di che vivere, come l’aedo antico che, cieco, doveva essere guidato, per le necessità quotidiane, da un bambino.
La “mania” divina che li invade separa, nel caso migliore (o peggiore?) l’attitudine alla vita terrena dalla potenza creativa.
Del resto la dialettica vedere/non vedere è uno dei temi centrali della tragedia greca (vedi Edipo). Chi scopre l’invisibile (le cose invisibili sono più possenti di quelle visibili, dice Eraclito) è come segnato, si potrebbe dire sequestrato, da questa sua frequentazione: il fatto di disvelare i segreti significati, la qualità dei visi e di ogni oggetto, lo pone necessariamente in contrasto con la rappresentazione comune e funzionale delle cose; egli isola i propri oggetti ritraendoli sullo sfondo di altre relazioni da quelle che servono a costruire il mondo che serve.
Quelle altre relazioni, nella loro verità che si sottrae all’utile, denunziano la falsità di questo mondo e perciò esso o tenta di addomesticare le opere che le disvelano riducendole a puro ornamento, o le rifiuta come bizzarrie da ricco collezionista (anche le farfalle possono essere collezionate).

È molto importante — ed è l’unica funzione del critico d’arte — mettere in rilievo questa alterità della pittura rispetto alla natura nonché all’artifizio umano: i personaggi che si muovono nel mondo rappresentato dalla pittura non sono tangibili, né comunque fruibili, se non con gli occhi di chi, peraltro, almeno per una parte della sua vita, ha rinunziato ad abitare nel mondo delle cose costruite e codificate.
La pittura è il mondo della perenne, penetrante novità.

fonte: L’altrove come luogo e i suoi abitanti – 1998 Agrapha Edizioni

Pietro M. Toesca

Pietro M. Toesca


autore: Pietro Maria Toesca, ha insegnato Filosofia della storia a Roma, Filosofia teoretica ed Epistemologia a Parma. Ha inoltre insegnato Filosofia nell’Università del Territorio della Rete delle piccole città storiche.

Michele Cascella: paesaggista crepuscolare?

Michele Cascella nacque in una famiglia numerosa, comprendente, oltre a fratelli e sorelle (erano in 6), il padre e la madre, il nonno e due sorelle del padre, a Ortona a Mare, in provincia di Chieti, il 7 settembre 1892.
E’ stato un artista abbastanza discusso in quanto esaltato da una certa critica, accusato di essere “commerciale” da altra.
Da ragazzo non aveva molta propensione allo studio; figlio di un bravo pittore, ceramista e litografo, oltre che sarto del paese, Michele si rivela infatti un pessimo studente con scadenti risultati, non solo nelle materie scolastiche di concetto, ma persino in disegno.
Dopo l’ennesima bocciatura, il padre Basilio lo portò ad imparare un mestiere nel suo laboratorio cromolitografico dove insieme a suo fratello Tommaso acquisirà dimestichezza con gli arnesi professionali.
Michele si ambientò nel laboratorio, portando a termine gli esercizi che suo padre gli fece eseguire: copiare i disegni di Botticelli e di Leonardo, copiare anche grandi bocche e grandi nasi che suo padre disegnava apposta per lui.

zinie

zinie

Acquisite le basi artistiche come abbiamo visto grazie all’amore ed alla passione del padre Basilio, nel 1907, tenne assieme al fratello Tommaso la sua prima mostra personale nelle sale della Famiglia Artistica di Milano, dimostrando subito uno spiccato talento di colorista.
Buon sangue non mente: la famiglia Cascella conterà, nel corso del Novecento, numerosi esponenti artistici.
Milano lo tenne a battesimo artistico, dunque, nel 1907 quando lo stile Liberty, dopo aver toccato il suo apice l’anno prima con la grande Esposizione del Sempione, era in decadenza per cedere il passo a nuove tendenze.
Don Achille Ratti divenne Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano nel medesimo anno, per poi salire al soglio pontificio nel 1922.
Sempre nel 1907 Rodolfo Mondolfo – storico della filosofia – spaziava, con i suoi scritti, dal “problema della laicità nella scuola media”, a “il contratto sociale e la tendenza comunista in J.J. Rousseau”, in Rivista di Filosofia.
Intanto sempre nel 1907, nel suo studio, Picasso andava a comporre la prima opera cubista “Les demoiselles d’Avignon” dando vita ad un nuovo movimento artistico, il cubismo appunto, che si differenzierà dall’antica pittura in quanto non più arte di imitazione, ma di pensiero, che tende ad elevarsi fino alla creazione.
Nel 1909, ancora in coppia con Tommaso, Michele espose per la prima volta a Parigi, aggiornandosi agli sviluppi del Post-Impressionismo.
Nel 1910 tornò a Milano, frequentando i Futuristi Marinetti, Boccioni e Margherita Sarfatti e seguendo con interesse gli sviluppi del Divisionismo.
Cascella paesaggista crepuscolare è stato il nostro incipit a queste brevi note.
Crepuscolari furono definiti dal critico Giuseppe Antonio Borgese quei poeti che avvertirono la crisi spirituale del tempo come un crepuscolo nell’imminenza del tramonto, che non vollero e non seppero allacciare alcun rapporto concreto e costruttivo con la realtà sociale, che rifiutarono ogni aggancio con la tradizione culturale.
Questi artisti, in particolare i poeti, si ripiegarono su se stessi a compiangersi d’esser nati e, in attesa della morte, cantarono gli aspetti più banali e insignificanti del quotidiano, avvolgendo uomini e cose in una nuvola di malinconia.
Privi di fede e di speranza, i crepuscolari si rifugiarono nel grigiore delle cose comuni, quasi col pudore di chi vuol nascondersi agli occhi degli altri per non farsi veder piangere.
Il paesaggio crepuscolare si smorza nei toni, nei colori, soffoca la luce, si restringe all’interno di perimetri ben delimitati, recintati, che solo apparentemente chiudono l’orizzonte all’uomo e al poeta; gli orti delle case, dei conventi, i giardini, i parchi delle ville, i solai, i salotti sono il nuovo spazio entro cui il poeta si muove e nei quali scopre e ricorda l’universo intorno.

Per meglio delineare i profili ricordiamo che la corrente Crepuscolare era in contraddizione con il movimento Futurista.
Infatti, il crepuscolarismo, nonostante condivida con il Futurismo l’idea di interartisticità, ha però una concezione della vita completamente diversa:

* i futuristi inneggiano alle innovazioni, i crepuscolari sono avversi a una modernità che aliena l’individuo;

* i futuristi sono prepotenti, dinamici, chiassosi, i crepuscolari assumono toni dimessi, pacifici e malinconici;

* i futuristi esaltano il caos e le attività delle grandi città, i crepuscolari amano l’intimità, le “piccole cose di pessimo gusto”, gli affetti familiari e una vita tranquilla;

* i futuristi sono sempre protesi verso un “domani” esaltante, i crepuscolari guardano al passato e alle piccole cose quotidiane.

La specializzazione nel paesaggio e nella veduta, in un momento di crisi dei generi quale quello in cui visse, assicurò e continuò ad assicurare a Cascella un successo di portata internazionale, con i consueti soggetti abruzzesi che vengono alternati a quelli di Portofino e delle maggiori metropoli, come un carnet di viaggio, e il ventaglio di opzioni espressive che varia di volta in volta, dal sentimentalismo tardo-simbolista, improntato su tonalità fredde, al bozzettismo da Ecole de Paris, pittoricistico, che lo faceva definire l’“Utrillo italiano”, con incursioni in terreni comuni che gli fanno sfiorare ora Strapaese, ora il Chiarismo, ora l’Espressionismo di Sassu (Solennità in San Pietro, 1939) o dei Sei di Torino (Rachele, 1943).

Vittorio Sgarbi nel luglio 2008 curò, al Museo Michetti di Francavilla Al Mare, la mostra “Michele Cascella: La Gioia di vivere”. La mostra, si compose di oltre ottanta opere rappresentanti tutte le principali fasi espressive dell’artista.
Sgarbi affermò: “Vituperato in vita perché troppo indulgente nei confronti della popolarità, perché troppo “commerciale”, come si diceva allora, Cascella si prende ora le sue rivincite. Diciannove anni dalla morte sarebbero bastati a spazzarlo via non solo dalla memoria dei critici, ma anche del grande pubblico. E invece, eccolo ancora fra noi, eccoci ancora ad occuparci di lui. Della sua arte intenzionalmente semplice, votata a individuare un’idea istintiva del bello, di quanto più larga condivisione possibile, quasi francescana nel concepire il senso della natura, un sermo communis per il quale una marina è sempre una marina e un fiore un fiore.”

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