Nata a Vienna nel 1884 da una famiglia aristocratica (il suo vero nome era Edith von Haynau) era giunta a Roma nel 1908, in seguito al matrimonio con lo scrittore italiano Ulrico Arnaldi.
Bella, elegante, con un tocco di fascino esotico, si accontentò per parecchi anni del ruolo di signora “bene”, mettendo al mondo, frattanto, quattro figli. Solo con lo scoppio della Grande Guerra, mentre il marito era al fronte, trovò finalmente uno sbocco per la sua passione giovanile, l’arte.
Venne in contatto con i futuristi, scelse il suo pseudonimo ed iniziò a collaborare al periodico «L’Italia futurista». Nel 1917 diede l’avvio alla sua linea di produzione più vigorosa e originale illustrando il libro “Sam Dunn è morto” di Bruno Corra. Nello stile composito di Rosà espressionismo, secessione, elementi art nouveau, echi da Klimt e da Kubin e perfino ricordi di Beardsley si mescolano alle compenetrazioni dinamiche futuriste, sempre con grande attenzione al tessuto grafico.
fonte: “L’arte delle donne: nell’Italia del Novecento” a cura di Laura Iamurri, Sabrina Spinazzé
Nel Movimento Futurista, non mancano le voci femminili, tra cui spicca quella di Rosa Rosà, autrice di «Una Donna con Tre Anime» (Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1918) è una «fiaba di fantascienza in cui una polverosa casalinga, colpita da spore di futuro, si trasforma in un essere evolutissimo, dotato di enormi capacità intellettuali, artistiche e medianiche. Ecco una metafora per dire che l’alienazione deve finire».
Fonte: “L’universo futurista: una mappa, dal quadro alla cravatta” Di Anna D’Elia
Le teorie sulla città futurista di Sant’Elia e Depero, ma anche quelle di Vincenzo Fani e Virgilio Marchi influiscono pesantemente sull’immaginario metropolitano artistico e letterario. Anche femminile.
Nei disegni di Rosa Rosà, che oltre ad essere scrittrice è anche valente pittrice, compaiono spesso visioni di città futuribili, dove case, altissime, alternate a ciminiere di fabbriche, si distorcono in composizioni violente, ad innesti multipli secondo un principio di completa disarticolazione costruttiva. Ma è soprattutto nella città narrata che Rosa Rosà rivela la sua straordinaria capacità di trattare la tematica urbana cogliendone (ben al di là della pura osservazione-registrazione) il respiro, la vita sotterranea, i rapporti minimi tra le cose, il turbinare di ritmi, suoni, colori, il confronto quotidiano tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.
Il racconto “Moltitudine”, apparso nel 1917 sulle pagine de “L’italia Futurista”, ci presenta la città come un «Altoforno sempre acceso (…). Spugna assorbente. Centro di tentacoli diramati nella lontananza. Lastra rovente che costringe a un ballo incessante».
fonte: “Ragione e sentimento dell’abitare: la casa e l’architettura nel pensiero femminile fra le due guerre” Di Katrin Cosseta