Un presupposto: la modernolatria
In un articolo su “Ordine nuovo” del 5 gennaio 1921 (Marinetti rivoluzionario?), Antonio Gramsci scriveva come “il campo della lotta per la creazione di una nuova civiltà” si caratterizzasse per la sua imprevedibilità, dovuta all’asprezza del confronto con “la presente forma della civiltà”, che va “distrutta”:
“In questo campo distruggere non ha lo stesso significato che nel campo economico: distruggere non significa privare l’umanità di prodotti materiali necessari alla sua sussistenza ed al suo sviluppo; significa distruggere gerarchie spirituali, pregiudizi. idoli, tradizioni irrigidite, significa non aver paura delle novità e delle audacie (…). I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella forza delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria”.
Gramsci sottolinea così il rapporto vitale dei futuristi con il tempo/spazio della modernità, con lo specifico della turbinosa, turbolenta e precaria città industriale.

Ritratto raffigurante Antonio Gramsci
fonte: Principio metamorfosi: verso un’antropologia dell’artificiale – Di Ubaldo Fadini – pag. 32 – Mimesis Edizioni, 1999