Sull’unità delle arti

Nel quadro alquanto generico di una concezione dell’arte come detentrice e apportatrice del “sommo beneficio della Bellezza rivelata”, vi si viene infatti precisando un’idea di poesia certamente debitrice delle fedi tardo-ottocentesche nell’“unità delle arti”: se “la musica non ha da esser chiamata altro che sorella della pittura”, e se “la [...] pittura non è soltanto una poesia muta ma è anche una musica muta”, analogamente poesia e pittura diventano “musica visibile” per intuitive rispondenze fra colori, parole e suoni; perché tutto ciò si traduca in opera, tuttavia, è necessaria nell’autore una tensione spirituale rivolta alla “gioia” e al “piacere” (“il piacere è il più certo mezzo di conoscimento offertoci dalla Natura e [...] colui il quale molto ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha gioito”).

fonte: Storia della narrativa italiana del Novecento, Volume 1
di Giovanna De Angelis, Stefano Giovanardi – pag. 44 – Universale Economica Feltrinelli

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