Giuseppe Pellizza e la Famiglia Artistica Milanese

Giuseppe Pellizza nacque nel 1868 a Volpedo da una coppia di piccoli proprietari terrieri, dediti soprattutto alla viticoltura; la commercializzazione dei loro prodotti interessava l’area dell’alessandrino, ma anche Milano. Fu proprio grazie a questa attività che i Pellizza, che non avevano esperienze specifiche in ambiti culturali o artistici, entrarono in contatto con personaggi di primo piano della cultura milanese dell’Ottocento, come i fratelli Grubicy, mercanti d’arte che sostenevano l’arte contemporanea e in particolare la pittura della Scapigliatura. Alberto Grubicy, soprattutto, giocò un ruolo fondamentale nella vita di Giuseppe; i Pellizza lo conobbero tramite i Della Beffa, una famiglia di collezionisti di pittura di origine vogherese che acquistava il vino da loro e che, avendo saputo che Giuseppe amava copiare le illustrazioni dalle riviste e che avrebbe desiderato coltivare la sua naturale disposizione al disegno, chiese ed ottenne l’interessamento di Alberto Grubicy per l’iscrizione del giovane in un’accademia d’arte.

Milano (1884-87)

Fu così che Giuseppe Pellizza, dopo aver frequentato le scuole a Castelnuovo Scrivia, venne iscritto all’Accademia di Brera a Milano, dove iniziò a studiare il disegno, la copia dal modello, la copia dall’incisione e la tecnica del chiaroscuro.

Nello stesso tempo egli frequentava lo studio del pittore Giuseppe Puricelli, attento alla pittura di verità e di natura, che insegnava ai giovani allievi i primi rudimenti della tecnica a olio, e successivamente quello di Pio Sanquirico, altro pittore importante nella Milano degli anni Settanta.

Egli si iscrisse inoltre alla “Famiglia Artistica“, un’associazione culturale che accompagnava l’iter accademico di formazione degli artisti e che forniva loro la possibilità di dipingere l’uno a fianco dell’altro e di confrontare gli esiti, in vista di un arricchimento di esperienze.

Terminato il tirocinio milanese sotto la guida di illustri maestri (a Brera c’erano professori come Francesco Hayez e Giuseppe Bertini) con ottimi risultati, Pellizza decise di proseguire altrove i suoi studi e scelse di andare a Roma….

Autoritratto: 1901, carboncino conté su tela, cm.152×74, studio – museo, Volpedo
Autoritratto Giuseppe Pellizza

Fonte: Sito ufficiale Associazione Pellizza da Volpedo ONLUS

Comunicazione e relazione

C’è un termine caratteristico del linguaggio sociologico e semiologico odierno che attiene esattamente alle riflessioni fatte finora a proposito della città, e vi porta qualche illuminazione decisiva. E la parola «comunicazione», cui si è già fatto cenno sopra.

La ragione, cioè il significato che giustifica l’esistenza di ogni parola, è sempre duplice: per un lato è il suo significato preciso, non espresso da nessun’altra parola; per l’altro è il suo rimando complesso, più o meno esplicito ed esplicitabile, alle altre parole, ciò che fa sì che ciascuna lingua sia un sistema interrelativo e in qualche modo compatto di parole e quindi di significati.

La parola «comunicazione» esalta particolarmente questo secondo aspetto, in quanto significa «rapporto mediato da segni, o da simboli, o da significati», per cui è nella sua stessa precisione semantica che si segnala la complessità, cioè il riferimento al sistema dei segni. Cosicché i problemi della comunicazione sono sempre duplici, cioè riguardano inestricabilmente il rapporto e i particolari strumenti di esso.
Si può dire che sono i problemi di un rapporto a tre, i due soggetti comunicanti e il mezzo della loro comunicazione (si pensi, tanto per fare un esempio, al rapporto tra intenzione comunicativa e conoscenza adeguata o meno di una lingua: ed è il problema dell’equivoco; o si pensi alla bugia, o all’inganno, due modi di usare lo strumento in modo rovesciato).
Questa complessità costitutiva della comunicazione fa sì che essa rappresenti l’aspetto dinamico del rapporto umano, ciò per cui la relazione tende a configurarsi in modo sempre più caratteristico per l’uomo, assumendosi il più possibile del rapporto al livello dei segni.

La comunicazione è dunque la cultura come sistema storico dei segni significanti.
E la pedagogia è quell’insieme di teorie e di operazioni grazie a cui la cultura promuove realmente, di generazione in generazione, la trasformazione del rapporto di ogni singolo con la realtà (naturale ed umana,) in comunicazione consapevole e intenzionale; mentre l’arte è l’operazione grazie alla quale lo stesso contesto fisico, spaziale e misurabile temporalmente – dall’architettura alla musica – diventa mondo segnaletico. Ma in questa complessità strutturale della comunicazione c’è pure una contraddizione che il mondo moderno ha paradossalmente portato all’estremo.

La comunicazione, mentre sottrae il rapporto all’immediatezza caduca e lampeggiante dell’incontro-scontro fisico, tende ad oggettivare tutti i tramiti della relazione, ordinandoli appunto in un sistema, o in una serie di sistemi, che negano l’origine e il valore del loro sorgere, cioè i soggetti, in vista del cui rapporto la comunicazione vale.
Il sistema dei segni tende dunque a darsi come assoluto, indipendentemente dal loro valore espressivo, cioè dalla loro strumentalità reale.

Questo eccesso «idealistico» può essere scongiurato soltanto dal controllo che il soggetto (che parla ed ascolta, guarda e vede) può esercitare sul rapporto espressione-comunicazione, mediante una riflessione concreta (che un tempo si definiva come filosofia), cioè come riflessione critica su un oggetto non mai distaccato interamente dal «suo» soggetto, cioè da quella realtà «attiva» rispetto alla quale ogni altra realtà è oggettiva in quanto le si trova dinanzi, in prospettiva, udita, vista, e così via.

prof. Pietro M. Toesca:
Manuale per fondare una città
ed. eléuthera
Milano – Italy