L’ora topica di Carlo Dossi

[...] Di là, da questi giardini, da queste officine secrete di motti salaci, di poesie d’occasione, di caricature, la corrente irrefrenata della attività estetica e giovanile si disperdeva per Milano; l’innerbava, la divertiva, la faceva pensare.

Estuava per le ragunate della Famiglia Artistica e della Patriottica, dove si decidevano le mostre del Museo Birbonico, tenute nei palazzi di Piazza Mercanti, e le recite del Carro di Tespi; si immetteva nei crocchi, sotto la pergola della Noce,
un’osteria fuori Porta Ticinese, governata regalmente dall’astuta e simpatica Sora Luisa, mentre el Vittorel Pizzini mesceva, alli illustri aventori, Gattinara squisitissimo….

Fonte: Gian Pietro Lucini
L’ora topica di Carlo Dossi
Saggio di critica integrale

Verga e la Famiglia Artistica

[...]
La sora Antonietta chiudeva gli occhi perché Sandrino era il più bel brunetto di Milano, – non lo diceva perché l’avesse fatto lei! – ed anche pei cinquanta centesimi che si buscava ogni sera a quel mestiere.

Quando ballava la tarantella del Masaniello, vestito da lazzarone, la contessa del palchettoa sinistra se lo mangiava con gli occhi, dicevano.
A lui non glie ne importava della contessa, perché era fatta come un salame nella carta inargentata; ma ci aveva gusto pei suoi compagni di bottega, che si martellavano d’invidia a batterla suola tutto il giorno, lo canzonavano e lo chiamavano “sor conte” per gelosia.
La domenica, colla giacchetta attillata, e il virginia da sette all’aria, se ne andava girelloni sul corso, più alto un palmo del solito, a veder le contesse.
All’occorrenza parlava di tanti che erano cominciati ballerini, tramagnini al pari di lui, o anche semplici comparse, per arrivare ad essere coreografi, cavalieri, ricchi sfondolati, artisti insomma, tale e quale come il maestro Verdi. – Artisti da piedi! – rispondeva la mamma. – No, no, ci vuol altro! – Ella aveva messo gli occhi addosso alla figlia unica del padrone di casa, carbonaio, una grassona col naso a trombetta, e le mani piene di geloni sino a tutto aprile. – Con quella lì, quando
fosse morto il vecchio, c’era da mettere carrozza e cavalli. Perciò teneva l’orfanella come la pupilla degli occhi suoi, le faceva da madre, la lisciava e l’accarezzava.

Nelle serate a benefizio della famiglia artistica, quando la Scala rimaneva quasi vuota, si faceva dare gratis dei biglietti di
piccionaia, e conduceva al ballo tutta la famiglia, il carbonaio colla camicia di bucato e la ragazza strizzata nello spenserino di seta celeste, per mostrare il suo Sandro, là, quello colle lenticchie d’oro sulle mutande, che faceva girare il lanternone! Un ragazzo di talento! Purché non si fosse indotto a far qualche scioccheria colle contesse che sapeva lei!

Il carbonaio spalancava gli occhi al veder le ballerine, e diventava rosso che pareva gli stesse per venire un accidente.
[...]
fonte: AMORE SENZA BENDA
Autore: Giovanni Verga
Raccolta: Per le vie
Anno: 1883

Umberto Boccioni: autoritratto 1908

autoritratto - 1908

Boccioni e Milano – Taccuini Futuristi

3 giugno 1907
Sto poco bene in salute. Sono svogliato, lavoro poco da un paio di giorni.
Non penso a nulla sono sospeso e sento terribilmente la mancanza di denari per l’arte. Se avessi denari dipingerei molto e variando dal disegno al colore troverei nuove forze. Resterò a Venezia o andrò a Milano. Sono vuoto non godo non soffro non sogno. Sono come assopito: ci vogliono denari denari denari o la guerra non si può fare.

29 maggio
Sono per partire da Venezia per Milano. Non posso più tirare innanzi. Sono tornati i medesimi tempi di Parigi per quanto molto meno penosi. Chiudo questo periodo con la coscienza d’essere rinato a nuova vita e di progredire sensibilmente.
Un anno fa ero a Parigi in ben diverse condizioni di spirito. A Parigi sono andato con la sensazione di andare a curarmi e a guarirmi. A Milano ci vado con l’intenzione rapace di vincere e conquistarla.

12 luglio
Ho rattoppato i miei affari, ma me li ha rattoppati Piccoli vendendomi due marine per 50 lire…
Continuo a non lavorare. Non sono scoraggiato sulle mie forze ma sui mezzi pecuniari che non accennano mai ad aumentare a meno di non prostituirsi nella maniera la più ignobile. Mi si continua a dir male di Milano. È un plebiscito di antipatia per l’unica città italiana che faccia qualche cosa. Sono stanco. Mi manca tutto moralmente e materialmente. E penso che a Milano la vita sarà peggio.
Sono all’Esposizione e trovo sempre pochissimo di mio gusto salvo qualche maggiore. Gli stranieri li trovo sempre più sporchi trasandati volgari tecnicamente per quanto siano nobilissimi per ispirazione quando lo sono. Noi invece mettiamo in mostra la nostra miseria  civile, intellettuale, morale con tecniche bastarde ma con visioni sempre chiare pulite gioiose il che tradisce la latinità sotto la nostra secolare miseria.
Manca sempre l’universalità. Le sensazioni che si trovano nella maggior parte dei quadri d’oggi si possono ritrovare in qualunque archivio di P.S. o d’Istituto di mendicità o d’ospedale ecc. ecc. Tutto è frammentario e si dà l’aria di documento scientifico che fa ridere a chi pensi alla meravigliosa oggettività e matematica esattezza della Scienza. Ci vuole un ingegno che accettando tutto ciò che la scienza moderna ha rinnovato nell’Arte dia il volo che sintetizzi il sogno dell’anima moderna. Oggi si sogna come a Venezia a Firenze a Roma in Atene, in Egitto e su su fino a dove l’umana conoscenza può arrivare. Noi siamo davanti agli stessi misteri, l’anima ha bisogno relativamente della stessa adorazione religiosa e l’Arte moderna deve riflettere tutto questo.